Il presidente

inviata a ParigiLa Tour Eiffel brilla maestosa sullo sfondo, Emmanuel Macron arriva quando è ormai buio, una lunga passeggiata fino al palco. Una marcia trionfale, come cinque anni fa nel cortile del Louvre sulle note dell'Inno alla gioia di Beethoven, l'inno europeo: ma stavolta, sul Champ de Mars, tra bandiere che sventolano e cori dei fan, non è più solo. Mano nella mano con la moglie Brigitte, avanza circondato da un gruppo di bambini e ragazzi. Come a voler significare che inizia una fase nuova, l'unico messaggio che cerca di lanciare anche nel breve discorso della vittoria: una decina di minuti appena, per ringraziare e rassicurare, «non sarà la continuazione dei cinque anni trascorsi ma un'invenzione collettiva», promette un «metodo rifondato» il vecchio-nuovo presidente. È rieletto con il 58, 60 per cento dei voti: «So che ci sono cittadini che mi hanno votato oggi non per le mie idee ma per sbarrare la strada all'estrema destra. Voglio dire loro che questo voto m'impegna per i prossimi anni», garantisce, «so quello che vi devo». Ma sa di dover pensare anche a chi si è astenuto, «al loro silenzio vanno date risposte», e lui, ora che è «non più il candidato di un campo, ma il presidente di tutte e tutti», sa di doversene fare carico. Poche parole, l'invito a non fischiare Marine Le Pen, la promessa di cercare soluzioni a «collera e disaccordi», un vago accenno al progetto «umanista, ecologico e fondato sul lavoro» che vuole portare avanti, e il breve incontro con la sua folla si chiude insieme alla moglie sul palco sulle note della Marsigliese cantata dalla mezzosoprano egiziana dell'Opéra di Parigi Farrah El Dibany. Non è il 66 per cento del primo mandato, quando, outsider della politica semisconosciuto, gli vennero consegnate sulla fiducia le chiavi dell'Eliseo. Ma anche questa volta il margine è ampio, nonostante sia la terza volta in vent'anni che un Le Pen arriva al ballottaggio e il "Fronte repubblicano" per sbarrargli la strada venga vissuto ormai da molti come una sorta di ricatto. È ampio nonostante una parte degli elettori abbia dovuto scegliere un presidente che vive come elitario e distante. "Tous sauf Macron", tutti tranne Macron, lo slogan che girava nelle settimane scorse da destra a sinistra, gli adesivi nelle metropolitane; «non vogliamo scegliere tra peste e colera» urlavano i ragazzi nelle università in lotta e dichiarava una parte di quei 7, 7 milioni di elettori che al primo turno avevano scelto il leader della sinistra Jean-Luc Mélenchon. Molti di loro, alla fine, hanno invece scelto: ma Macron dovrà ricordarsi dell'astensione record, la più alta da 53 anni a questa parte, e dei tanti voti arrivati solo per fermare Le Pen. «So quello che vi devo», se ne dovrà ricordare anche in futuro. È stato quando, al primo turno di due settimane fa, i sondaggi hanno registrato una quasi parità possibile - 51 a 49 - che Macron, fin lì praticamente assente dalla campagna elettorale, è diventato davvero il candidato. In maniche di camicia su e giù per la Francia, nella banlieu che ha plebiscitato Mélenchon come nel cuore della Francia rurale, per il 44enne mai eletto a nulla prima di essere presidente, fondatore di un movimento che dal niente ha sbaragliato le famiglie politiche tradizionali (in cinque anni non sono riuscite a rialzarsi: al primo turno le due candidate dei gaullisti e dei socialisti hanno cumulato meno del 7 per cento in due), è stato tutto un incontro, un bagno di folla, persino ieri a Touquet, nel Nord-Pas-de-Calais dove all'ora di pranzo ha votato, baci e strette di mano come se il Covid non fosse mai esistito. A tentare di spogliarsi di quell'immagine algida di presidente lontano e arrogante che, in cinque anni, gli si è pietrificata addosso. Ora, come ha detto dal palco, sa bene che spetta a lui il compito di riconciliare il Paese, ricucire le divisioni che esistono profonde nella società francese. Forte di un altro primato - cinque anni fa fu il più giovane della storia repubblicana, ieri il primo a centrare il secondo mandato senza essere passato mai per la coabitazione - dovrà mostrarsi disponibile, pronto all'ascolto: il vago richiamo di ieri sera a un "metodo rifondato" non basterà ai tanti elettori di sinistra che aspettano da lui un segnale. Tra i primi provvedimenti entro l'estate vorrebbe varare una legge eccezionale per migliorare il potere d'acquisto, il cavallo di battaglia di Marine Le Pen in campagna elettorale. Poi però verrà il momento della riforma delle pensioni: la sua proposta è di alzare l'età pensionabile dai 62 ai 65 anni, ma negli ultimi giorni aveva un po'annacquato il progetto, "non è un feticismo", aveva cercato di ridimensionarlo. Anche perché tra meno di due mesi si terranno le elezioni legislative. Mélenchon, a cui è sfuggito il ballottaggio per un pugno di voti, sta già mobilitando le truppe e prendendo contatti con ecologisti e comunisti per riuscire nell'impresa di imporsi come primo ministro. La sinistra che ha contribuito al suo trionfo, ieri sera, vuole contare. Molto più di quanto abbia fatto nel primo quinquennato all'Eliseo. Da domani, il nuovo presidente Macron dovrà tenerne conto. --© RIPRODUZIONE RISERVATA