Civili
il reportageINVIATO A IRPINIl soldato ucraino punta il dito verso l'orizzonte indicando il monolite residenziale in stile sovietico a oltre un chilometro di distanza. «Lì ci sono i cecchini russi», spiega il giovane militare facendo cenno di fermarsi. Spingersi più in là, di qualche passo, aumenterebbe il rischio in maniera esponenziale. A meno di cinquanta metri c'è il ponte maledetto attorno a cui si è consumata buona parte della cruenta battaglia ai margini di Kiev, iniziata i primi giorni del conflitto russo-ucraino. Siamo a Irpin, sobborgo a nord-ovest della capitale, quello che l'armata di Mosca riteneva fosse l'anello debole a ridosso del perimetro metropolitano e pertanto martellato, sin dagli inizi di marzo, giorno e notte nella speranza di creare un varco di accesso. Così non è stato. Irpin resiste grazie alla solidità delle forze di difesa ucraine, nonostante il tributo di sangue in termini di civili. Ieri, per la prima volta da giorni, era stata annunciata l'apertura di un corridoio umanitario per far defluire gli sfollati rimasti incastrati al di là del ponte. In realtà, la fine del coprifuoco ha innescato una fuga spontanea di donne, bambini e anziani, molti anziani, che si sono riversati verso i primi punti di raccolta in maniera disordinata alla periferia di nord-ovest, di organizzato non c'era molto se non il coraggio dei volontari che sfidando bombe e Kalashnikov facevano la spola dal ponte verso il perimetro urbano. «Ho bisogno di sedermi, la gamba mi si è gonfiata di nuovo»: Hrystyna è un'anziana signora giunta nel punto di primo soccorso a bordo di un'ambulanza di volontari, indossa un cappotto viola e un fazzolettone stretto sulla testa che le incornicia il volto descritto da geometrie di rughe. Gli occhi sono grandi e marroni, li chiude in segno di sollievo quando il volontario che l'accompagna sottobraccio la fa sedere su una sedia a rotelle.Hrystyna abita a Irpin da sempre, anzi abitava perché è sicura che la sua casa sarà rasa al suolo dall'artiglieria di Vladimir Putin. «Vogliono demolire tutto, non hanno misericordia». Accanto a lei c'è il bisnipote che si è fatto carico delle due sportine colme delle poche cose portate via in tutta fretta. A farle da contraltare è Alina, una bimba di tre anni, indossa un grande cappello di lana bianco con le orecchie tipo orsetto. Si nasconde dietro la mamma quando qualcuno si avvicina per gioco, ma la timidezza svanisce appena una volontaria le porge un peluche. Lei lo prende, lo stringe a sé e ringrazia: «Dyakuyu». C'è chi arriva in bicicletta, chi con carrelli della spesa e chi invece è stato costretto a forza ad andarsene, come Ruslan: «Non volevo dare soddisfazione agli invasori». Un vecchio cane gira attorno alla tenda verde dove sono di stanza i militari di scorta, come a dare il benvenuto ai fuggiaschi mentre i ragazzi con le pettorine della Croce Rossa distribuiscono panini, tè caldo e acqua. C'è chi chiede qualche coperta la temperatura è scesa ben sotto lo zero, ancora una volta. Per fortuna non nevica pesantemente come quando a Irpin è iniziata a infuriare la battaglia, ovvero oltre due settimane fa. Da allora i russi hanno fatto passi in avanti sul versante nord-ovest, ma non come speravano, e da qualche giorno gli ucraini hanno iniziato controffensive mirate. Appare chiaro procedendo dal punto di prima raccolta verso il ponte, cinque minuti di auto a zig zag, tra posti di blocco e carcasse di vetture abbandonate. Il tuono dei cannoni in sottofondo segnala l'inasprimento di scenario, si va verso il cuore del conflitto. L'auto si ferma: «Da qui si procede a piedi, coperti e defilati». A parlare è uno dei soldati ucraini che pattuglia l'"ultimo miglio" prima del ponte, il tono della voce è misurato, l'orecchio teso a captare eventuali scie. Più avanti, ben al di là del ponte maledetto, qualche giorno fa a perdere la vita con un colpo alla nuca è stato il giornalista americano Brent Renaud, un collega è rimasto ferito. Attorno a quella zona le forze di Putin tirano con i lanciarazzi multipli ad est, in direzione opposta l'artiglieria di Zelensky lancia cannonate verso le postazioni nemiche. Più a nord, a Novy Petrivtsi, le bocche di fuoco russe hanno colpito una zona residenziale. «Un grattacielo è stato distrutto e le case vicine danneggiate. Al momento si registra la morte di un bambino di due anni e quattro persone ferite» riferisce la polizia locale. Alle porte di Irpin i boati delle cannonate si mescolano alle raffiche dei fucili automatici, si combatte strada per strada. È la colonna sonora della devastazione disegnata dal ponte semidistrutto e dal cimitero di macchine abbandonate dalle migliaia di persone scappare nelle ultime settimane, mentre i primi palazzi bianchi sullo sfondo resistono sotto il controllo delle truppe di Kiev. Le quali esultano per i successi degli ultimi giorni, specie se rapportati alle attese generalizzate della guerra lampo pensata dal Cremlino. La cui macchina bellica, tuttavia, ha per ora funzionato a regimi misurati, i cecchini russi nel monolite residenziale sullo sfondo e la colonna ad un passo della capitale per ora tengono le posizioni, ma nessuno sa quale magnitudo potrebbe avere un affondo su larga scala. Kiev, del resto, continua ad essere martellata. Un civile è morto e altri tre sono rimasti feriti per i resti di un missile russo lanciato sui cieli della capitale ieri poco dopo le cinque del mattino e intercettato dalla contraerea ucraina. I rottami hanno centrato un edificio e trenta persone sono state evacuate. E, soprattutto, non è chiaro quale sarà la soglia di resistenza di una città che deve fare i conti anche con l'assedio le cui ricadute sui civili si misurano non solo sul terreno ma anche nella sopravvivenza. I supermercati della capitale, dopo 36 ore di coprifuoco, iniziano ad avere gli scaffali vuoti, a mancare sono i generi di prima necessità, pane, latte, carta igienica, persino le sigarette scarseggiano. E i prezzi dei prodotti rimasti - in particolare surgelati, insaccati e prodotti a più lunga conservazione - sono prigionieri di un rincaro tipico della speculazione, è la deriva perversa dell'economia bellica. Secondo fonti vicine al sindaco Vitali Klitschko le scorte basterebbero ancora per due settimane. Gli abitanti di Kiev sono convinti che l'"invasore" stia tentando di affamare la capitale, secondo il modello sperimentato a Cernihiv, la cittadina del nord dove qualche giorno fa dieci persone sono state uccise in un bombardamento proprio mentre facevano la fila per acquistare finalmente il pane. La stessa località dannata dove ieri sarebbe morto anche un cittadino americano (un uomo nato negli Stati Uniti in Minnesota nel 1954), tra le vittime e i feriti di un altro bombardamento - afferma la polizia ucraina - contro civili disarmati residenti della città. Il laboratorio di Cernihiv insomma sarebbe stato il campo di addestramento per il più lungo assedio di Kiev, è la tesi che prende forma in Ucraina come tra gli strateghi dell'Occidente. «Stalin ci ha sterminato levandoci il pane nel 1936 - racconta Olena, una signora dall'inglese fluente che vive da sempre nella capitale -. Si vede che Putin è un suo discepolo, a lui non servono gli ucraini ma solo l'Ucraina, la resistenza sta funzionando ed ora i russi ricorrono all'arma della fame». --© RIPRODUZIONE RISERVATA