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«Non abbiamo attaccato l'Ucraina». La diplomazia muore ad Antalya, sotto gli occhi esterrefatti dei padroni di casa turchi che avevano tanto sperato che il faccia a faccia tra i ministri degli Esteri dell'Ucraina e della Russia portasse almeno a un cessate-il-fuoco umanitario. Ma Sergey Lavrov distrugge subito le speranza: «Non siamo qui per questo, gli ucraini conoscono le nostre richieste». Il suo avversario ucraino Dmytro Kuleba conferma che i russi «da noi vogliono soltanto la resa», e ammette di non aver contato troppo sull'incontro, perché Lavrov «è venuto a parlare, non a decidere». Una conferma caustica di quello che si sapeva già: la diplomazia russa è in mano a un solo uomo, che non si chiama Sergey Lavrov, il quale ormai da anni si accontenta del ruolo di un portavoce della propaganda di Vladimir Putin. E ad ascoltare la conferenza stampa del ministro russo viene il dubbio che la visita in Turchia gli sia servita soprattutto per raccontare la propaganda russa. A cominciare dalla clamorosa negazione che la Russia «non ha attaccato l'Ucraina», ma ha soltanto reagito a una «minaccia alla sicurezza» che sarebbe venuta da Kyiv. Una dichiarazione che peraltro contraddice quella della richiesta di resa, perché se non c'è attacco non si può parlare nemmeno delle condizioni alle quali fermarlo, ma Lavrov non appare minimamente imbarazzato da queste contraddizioni. Negare l'evidenza, un metodo collaudato, e altre numerose domande sul bombardamento dell'ospedale di maternità di Mariupol il diplomatico russo non smentisce nemmeno il fatto, ma sostiene che la clinica non ospitava più pazienti, sostituite dai «battaglioni nazionalisti» ucraini che avrebbero appositamente occupato l'edificio per farsi colpire dall'artiglieria russa per creare un caso umanitario. E le foto delle donne ferite sono ovviamente un fake, come sostengono le ambasciate russe in giro per il mondo, che twittano coordinate gli attacchi della propaganda ufficiale. Una storia identica a quella raccontata in Siria, e ancora prima in Donbass e in Cecenia, ormai più di vent'anni fa. I russi non colpiscono mai obiettivi civili, nemmeno per errore, sono sempre false accuse del nemico, oppure trappole dei perfidi avversari che utilizzano la popolazione come scudo umano. Resta inspiegabile perché i militari russi ricascano in questi tranelli decennio dopo decennio, e perché dopo il loro passaggio non restano che città in macerie. Ma l'importante è non mostrare mai esitazione nel sostenere la propria versione dei fatti, per quanto assurda e contraddittoria possa apparire. Lavrov non sta conducendo un negoziato, non sta parlando all'opinione pubblica internazionale, si rivolge a un pubblico interno alla Russia e soprattutto a uno telespettatore privilegiato, unico destinatario vero del suo show propagandistico. È lui che esige sempre dai suoi interlocutori occidentali di vedere riconosciute le sue ragioni, che li sottopone a lezioni interminabili di storia secondo i manuali del Cremlino, che ha resto impossibile un negoziato già da quando, nel 2014, Angela Merkel sospirò esasperata che «Putin vive nel suo mondo». Ed è da quel mondo magico che arrivano i pipistrelli e gli uccelli che - racconta un altolocato ufficiale del ministero della Difesa russo in prima serata al telegiornale del Primo canale della tv di Stato - avrebbero dovuto volare in Russia dai laboratori segreti americani situati in territorio ucraino. Animali contaminati con un virus patogeno geneticamente modificato in modo da contagiare «esclusivamente gli slavi». Una teoria razziale che finora abitava nei bassifondi cospirazionisti dei blog su Internet e che ora viene riversata nei cervelli degli spettatori russi, molti dei quali ancora memori della propaganda sovietica che, all'epoca delle Olimpiadi di Mosca nel 1980, terrorizzava i bambini di non avvicinare i turisti stranieri, che gli avrebbero offerto caramelle leccate da malati tubercolotici. È la leggenda metropolitana dello sterminio etnico, siamo ai "Protocolli dei savi del Sion", un fake reso famoso proprio dai servizi segreti russi, ancora quelli degli zar. Potrebbe essere il segnale che il regime è a corto di munizioni ideologiche, se rovista in cassetti così impolverati. Ma il revisionismo putiniano ormai è finito per ritenere praticamente tutto quello che è successo da Gorbaciov in poi un errore. L'unico aspetto del comunismo sovietico finora mai rimpianto era stata la proprietà pubblica sui mezzi di produzione, ma anche quello potrebbe essere un tabù superato con la "amministrazione esterna" che Putin vorrebbe imporre alle aziende occidentali che abbandonano la Russia in segno di protesta contro la guerra. Che un marchio non sia solo un negozio, ma un know how, una catena produttiva, una tecnologia, una reputazione anche, è qualcosa di troppo complicato per la propaganda, che ormai resta l'unico vero prodotto di esportazione Made in Russia. -© RIPRODUZIONE RISERVATA