Il conflitto pesa sul mondo agricolo Canavese, rincari e scorte a rischio

Viola Configliacco / IvreaGli effetti della guerra in Ucraina stanno colpendo duramente anche l'economia locale. Tra i primi settori a farne le spese, con rincari dalle cifre esorbitanti, vi sono l'agricoltura e l'allevamento. Non soltanto sono aumentati i costi delle colture e dei mangimi, ma anche quello del gasolio per la movimentazione delle macchine agricole. Il tutto aggravato ancora di più dalla perdurante siccità e dal periodo dell'anno troppo avanzato per la semina di colture sostitutive.Secondo chi lavora in questo settore si vedono ora tutti i limiti di un'economia che si basa sull'importazione di grano e cereali per metà del fabbisogno italiano, proveniente per il restante 50% proprio dall'Ucraina, il cosiddetto "granaio d'Europa". «I prezzi, già arrivati a livelli esponenziali negli ultimi mesi con l'aumento dei costi di approvvigionamento delle materie prime e con la crescita dell'inflazione, a causa della guerra hanno subito un'ulteriore impennata - racconta Simona Appino, esponente politica del Pd locale, ma anche titolare di un'azienda agricola in Canavese. - Dal gasolio al prezzo dei concimi e delle sementi, tutto aveva già cominciato a crescere ed ora i rincari si sono ulteriormente aggravati». Il rischio concreto è che, se la guerra in Ucraina dovesse durare ancora a lungo, anche le scorte di grano e cereali potrebbero finire: «In Italia ci riforniamo di grano per metà del nostro fabbisogno dall'Ucraina e c'è il rischio che le nostre scorte finiscano - continua Appino. - Potrebbero mancare sulla nostra tavola pane, pasta e derivati della farina, così come gli altri cereali per il mangime degli animali. A causa della siccità, inoltre, la produzione è stata inferiore agli altri anni, non soltanto sul nostro territorio, ma anche in altre zone del mondo che potevano essere utili per un futuro approvvigionamento».Una soluzione potrebbe essere una modifica sostanziale del sistema agricolo: «Con la campagna ai minimi termini occorre ripensare il sistema - spiega Appino. - Aumentare la superficie da seminare e cambiare il modo di vedere le cose, smettendo di basarsi sulle produzioni estere, permetterebbe un passo in avanti. Anche predisporre diversamente le soluzioni per l'irrigazione, visto come stanno le nostre dighe, ad esempio quella a secco di Ceresole Reale, darebbe una mano agli agricoltori in difficoltà. Inoltre, sistemi di irrigazione all'avanguardia, come quello a goccia, potrebbero aiutare, ma hanno costi molto elevati per le tasche dei contadini che stanno producendo poco e di conseguenza guadagnando poco».Un'altra soluzione parziale potrebbe derivare dalle colture sostitutive: «Al posto del mais, che richiede molta acqua, o del grano, si potrebbero produrre altri cereali da utilizzare, ad esempio, come mangimi, ma bisogna studiare approfonditamente il loro possibile uso», dice Appino. Anche il carburante è un elemento che pesa molto sul bilancio di un'azienda agricola. «Il gasolio agricolo costa 1 euro al litro e non ci sono alternative. Speriamo che con il bando dedicato all'installazione di pannelli fotovoltaici sui capannoni agricoli si possa pensare in futuro di convertire il carburante con l'energia elettrica» conclude Appino.A confermare le problematiche attuali, legate ai rincari dovuti alla guerra a est, contribuisce anche il presidente di Coldiretti Torino Sergio Barone. «Quest'anno la partenza è già stata negativa a causa di molti fattori. L'unico aspetto positivo riguarda la conferma che senza l'apporto dell'agricoltura italiana tutto è più difficile - spiega Barone. - In tempi brevi non credo ci siano soluzioni per la possibile crisi delle scorte di grano, bisogna sperare che altrove non diminuiscano le produzioni. Qui ormai è tardi per seminare altre colture, anche se una soluzione per il futuro potrebbero essere quella di seminare sorgo al posto del mais per i mangimi animali e passare ad altre coltivazioni per l'uso umano. Io stesso, nella mia attività, ho pensato di coltivare la soia, che migliora la fertilità del terreno e richiede meno concime e quindi una spesa minore - continua Barone. - Nel nostro piccolo possiamo dare una risposta positiva per il nostro territorio ma non possiamo incidere sulla guerra e sui suoi effetti a lungo termine. Possiamo trarre, però, insegnamenti dall'attuale situazione e pensare a un'alimentazione diversa e ad una differente produzione agricola al fine di prevenire situazioni di emergenza. Un'avvisaglia dell'importanza della produzione italiana si era avuta con il primo periodo della pandemia, ma la memoria, anche in quel caso, è stata breve». --