Nobiltà e miseria del magnin un mestiere antico e popolare
ivrea«. .. dove gli uomini non fecero Storia, ma solo vissero paghi della quieta e modesta esistenza, i secoli nulla hanno potuto e la vita continua immutata tra le antiche pietre del borgo medioevale. Gesti antichi, antiche opere, quotidiano battere di attrezzi su forme di rame: un'arte tramandata di padre in figlio, umile, preziosa eredità di generazioni cui unica ricchezza fu ed è il lavoro». Così nel documentario Serenità canavesana, realizzato nel 1950 dal regista Giorgio Ferroni per l'Istituto Luce, si faceva cenno al lavoro dei magnin e non c'è saggio dedicato al territorio che non evidenzi tra le figure caratteristiche delle valli del Soana e dell'Orco quella dal magnin. Tanto l'arte del rame fu rinomata (e lo è tuttora nei rarissimi artigiani superstiti) sul territorio altocanavesano che un esperto del settore, Ermanno F. Scopinich, nei primi anni Settanta evidenziò come tra i vari nomi con cui erano conosciuti i calderai nella varie zone d'Italia (stagnino in Toscana, conzapignatte a Trieste, piria a Venezia, 'u calderàre in Puglia, per citarne alcuni) i canavesani e solo loro erano conosciuti con il nome di magnin, in una regione, il Piemonte, che, con la Lombardia chiamava questi artigiani magnàn. «I magnin e l'industria del rame della valle Orco, d'altro canto - come ebbe a scrivere lo studioso Marco Cima nel suo libro Maestri ramai in terra canavesana - rappresentano una componente minima, ma certamente significativa nel panorama delle professionalità proto industriali europee». Il mestiere dei magnin era tenuto in gran conto da tutte le famiglie presso le quali il loro intervento itinerante si rifletteva sensibilmente sull'economia domestica; nello stesso tempo, questi artigiani non godevano di fama lusinghiera, definiti spesso come vagabondi dediti al furto, senza contare le considerazioni sull'aspetto per via delle quali la parola magnin fu, ancora in anni recenti, tra i piemontesi, sinonimo di sporco, tanto che il dizionario piemontese-italiano riporta l'aggettivo anmagninà per indicare chi ha il viso sporco come un calderaio.Esiste una vasta letteratura su questi mestieri itineranti, oggetto, in anni recenti, intorno alla seconda metà del Novecento, anche di riprese filmate: proprio attingendo strumentalmente a tale materiale filmato d'antan, anni fa, un regista di quelli che si documentano per sentito dire, utilizzò alcune scene per descrivere Ivrea e il Canavese in quella che secondo lui era la realtà sociale dell'intero territorio, prima che la Olivetti intervenne compiendo il miracolo di trasformarla grazie alla sua importante vicenda industriale. --franco farné© RIPRODUZIONE RISERVATA