Un lungo viaggio per trovare la via e poter fondare la Città dell'acqua
È da diversi giorni che camminiamo. Le provviste scarseggiano così come il livello dell'acqua nelle botticelle. Volgo di continuo il mio sguardo attento nello spazio limitrofo per trovare un posto adatto dove insediarci, rifarci una vita e, chissà, forse riformare un clan.Come capofamiglia ho l'obbligo di mantenere viva la speranza; se vacillo la famiglia trema, se tentenno nelle decisioni o mi dispero, essa crolla. Attaccati a mia moglie ci sono i nostri due bambini, affaticati per via del lungo viaggio, e un passo indietro il Saggio della compagnia, la cui saggezza si può misurare sulla lunghezza della sua lunga barba bianca. Il sole sta calando e Taranis sembra che voglia tra breve farsi sentire. Ormai le nostre gambe non riescono più a reggerci e la fame prende il sopravvento.Con l'aiuto di un frammento di selce e dell'acciarino accendo un fuoco per cuocere due lepri. Le fiamme danzano gettando ombre sui nostri volti e il crepitio ritmico dei legni accesi si scontra con i suoni dolci dei rapaci notturni. Consumato il misero pasto, al chiarore del fuoco mia moglie tesse su un piccolo telaio di legno che avevo costruito per il viaggio dato che lei ama filare e il Saggio, accompagnandosi con la lira, racconta ai nostri piccoli antiche leggende sugli Dei. La notte passa tranquilla, Taranis si è fatto da parte permettendoci così di riposare profondamente. Ci svegliamo all'alba al calore dei primi raggi di Belanos che, come lame di spade fendono le chiome dei castagni, sciogliendo la brina della notte incastonata nei nostri capelli e sulla nostra pelle. Raccogliamo tutte le nostre cose, le pelli del bivacco e le borse con le ultime provviste e ci incamminiamo nuovamente. Fin dalle prime luci, dai primi respiri, percepisco qualcosa di diverso, un senso di buon auspicio, ma non mi sbilancio troppo con l'entusiasmo per non dare false aspettative alla mia famiglia. Il sole avanza nel cielo nel suo percorso arcuato a pari passo col nostro che è tutt'altro che lineare, in quanto dobbiamo districarci tra foreste, cespugli e ruscelli; non per questo però rallentiamo il passo."Vecchio! Vieni accanto a me", e lui, con la sua veste un tempo bianca come il manto di un agnello, il suo lungo bastone per aiutarsi nel passo e il falcetto di bronzo appeso alla cintola, supera mia moglie con i figli e mi raggiunge. «Dimmi tutto, cosa vorresti chiedermi?». «Vorrei sapere se le mie sono solo errate sensazioni o se so ancora cogliere i segni». «Ti riferisci al mutamento degli alberi? Alla natura che si sta risvegliando?» «Si, ho colto questi segni e vorrei avere una conferma da te che sei in contatto con gli Dei». «Posso dirti che Samonios è stato celebrato da un po' di tempo, quindi, si, te lo confermo, tra poche lune festeggeremo Imbolc. E che intorno al fuoco sacro siamo riuniti solo noi cinque o tutto il clan intero con i guerrieri, il Rixe con la nostra gente, agli Dei non importa. Il mondo va avanti ugualmente».Nell'udire le sue parole mi sento rincuorato. Proseguiamo il viaggio perché in cuor mio intuisco che non siamo ancora giunti a destinazione. Camminiamo ancora per giorni e giorni mentre ci lasciamo alle spalle il freddo pungente e l'oscurità imprigionata dal ghiaccio. L'inverno sta scomparendo per cedere posto alla nuova vita. Chiamo a me i miei figli «Cari, ora ascoltatemi bene. Per questa notte ci accampiamo qui perché sapete bene cosa accadrà nella nottata, giusto?» «Si padre. Stanotte festeggiamo Imbolc» «E cosa significa?» «Festeggeremo la luce. Padre, questa è la notte in cui Yule cede il posto a Imbolc. Il Re Agrifoglio lascia il regno di ghiaccio e freddo per consegnarlo al Re Quercia col suo regno di rinascita, luce e rinnovata vita».«Molto bene figlioli, ora aiutate vostra madre con i preparativi. Stanotte sarà una notte ricca di magia».La carne cuoce lentamente sulla brace. Mia moglie riempie i corni con la birra mentre io e il Vecchio Saggio costruiamo una pira con la legna offertaci dal bosco. Sappiamo che sarà una notte diversa. Consumiamo la cena custoditi da un tetto di stelle scintillanti mentre la luna, curiosa di noi, sbircia tra le poche nuvole bianche e una leggera aria di tensione mista ad emozione volteggia tra di noi. A cena terminata, d'improvviso il Vecchio si alza e va incontro alle sue borse alla ricerca di qualcosa.Con decisione tira fuori una botticella di legno e poi, delicatamente, un bucchero di terracotta con due manici, adornato da alcune linee dritte parallele tra loro che la percorrono lungo la sua rotondità. «Sapevo già dall'inizio che sarebbe accaduto, quindi l'ho tenuto da parte per l'occasione».Tutti e quattro rimaniamo in silenzio, curiosi di conoscere il contenuto di quella botticella che il Saggio sta delicatamente versando nel prezioso bucchero, fino a quando mio figlio più piccolo esclama «Forza Saggio! Dicci cosa nascondevi». «Sapete bene che questa bevanda va bevuta solo nelle occasioni speciali e questa notte è proprio una di quelle. Il suo uso non va abusato perché basta un solo sorso per connettersi con gli Dei e uno di troppo sarebbe la fine".È così che il buon Vecchio dall'abito una volta bianco, dalla barba lunga e bianca e dal suo inseparabile falcetto, versa per ognuno di noi, nei nostri corni, un po' di quella bevanda sacra. «Con questo idromele voglio celebrare con voi l'inizio della Primavera. Che gli Dei siano propizi e che la luce della rinascita e della fertilità splenda in noi e attorno a noi! Con Imbolc voglio che dal ghiaccio nascano i primi fiori, voglio che gli animali escano dal letargo per tornare a ripopolare la terra".Nel pronunciare quelle parole il Saggio prende una fiaccola accesa.«Con questo fuoco diamo inizio a Imbolc. Che la luce di questo fuoco sacro risplenda nell'oscurità» e con la fiaccola incendia la pira che diviene sempre più calda, viva e immensa. Davanti a tale visione magnifica, presi da una gioia incontenibile, brindiamo con il sacro idromele e danziamo intorno al fuoco, ringraziando la Dea Brigid che ci dà nuovamente speranza.Il vigore delle fiamme nella notte si affievolisce così come le nostre energie che ci lasciano fino a che cadiamo in un sonno profondo. Il canto mattiniero del merlo ci impone di alzarci. Un po' a rilento, ma con una nuova energia in corpo, riprendiamo il cammino. Quest'oggi il cielo è turchese come la tinta di guado che mia moglie estrae per tingere i tessuti. Gli uccelli volano alto e la foresta che ci tiene compagnia in buona parte del viaggio sembra più silenziosa del solito. «Abbiamo bisogno di fare provviste e dal momento che il sole ora divide il cielo in due metà uguali ci conviene approfittare della sua buona luce. Bambini, cercate legna secca e vimini assieme a vostra madre, mentre io con il Vecchio cercherò un po' di carne. Forza! Separiamoci e quando udirete due volte il suono del mio corno vorrà dire che è ora di ritornare in questo preciso luogo».I bambini non se lo fanno ripetere. Entusiasti di esplorare il bosco, prendono per mano la madre e con lei spariscono tra gli alberi che pur sovrastando le loro minute figure amplificano il loro ridere dalla gioia. A quel punto inspiro una lunga boccata di ossigeno e dico al Vecchio «Muoviamoci Vecchio! Speriamo di riuscire a catturare qualcosa di più grosso delle solite lepri». Il Vecchio cerca impronte o qualche segno che indichi presenza di animali, io invece incocco la freccia sul mio arco e procedo con passo leggero scrutando tra la vegetazione dinnanzi a me. Non si odono rumori in lontananza, è come se qui fossimo soli. Il bosco sembra tranquillo. Gli uccelli cantano allegri riscaldati dai primi raggi caldi di primavera, un vento leggero spettina l'erba ancora umida dalla notte. «Fermo! Non muoverti! Mi pare di aver sentito qualcosa». Il Vecchio si blocca immediatamente e tende anche lui l'orecchio. Passiamo alcuni istanti in attento ascolto;da una parte la razionalità della mente volta a capire il rumore appena udito e dall'altra il battito del cuore come un tamburo percosso dell'emozione: «Sarà stato di sicuro qualche animale. Non c'è altra spiegazione. Gli Dei sono comunque dalla nostra parte qualunque cosa possa accadere».Ecco però che non appena il Vecchio termina la frase, un'ombra sbuca dal nulla e lo aggredisce alle spalle: «Fermo dove sei! se non vuoi che ti trafigga il cuore con la mia freccia», urlo in modo minaccioso. «Non voglio farvi del male, ma anche io devo sopravvivere, proprio come voi. Quindi ora datemi tutto ciò che avete e io lo lascerò andare, altrimenti sarò costretto a tagliargli la gola». La situazione è in stallo. Nessuno di noi due è disposto a cedere perché la posta in gioco è alta e, soprattutto, va mantenuto alto l'onore. «Dimmi, chi sei? Sei solo?», gli domando, tendendo ancor di più l'arco e facendogli così capire che non ho intenzione di contrattare con un tal farabutto. «Potrei essere solo, come potrei avere dei compagni, l'unica cosa che conta ora sono le tue provviste». «Se sei così abile con la lama perché non ti procuri del cibo cacciando come facciamo noi, anziché derubare?» «La risposta è semplice:massimo profitto col minimo sforzo». «Si, ma questo non fa di te un uomo onesto». «Potrei darti ragione ma sono stanco ed affamato e non spreco energie a rincorrere lepri» «Se vuoi del cibo te lo possiamo offrire ma lascia andare il Vecchio». «Non cado nel tuo tranello, perché dovrei fidarmi delle tue parole? Dammi quello che hai e io lo lascerò libero». All'improvviso un fruscio di foglie riecheggia alle spalle del malfattore facendolo girare di scatto, col respiro affannoso e la mano con il coltello tremolante. A quel punto colgo al volo l'occasione per lasciar andare le mie tre dita dalla corda così chela freccia si conficca nella spalla dello sconosciuto che con un urlo lancinante crolla a terra. Il fruscio che l'aveva sorpreso era dovuto ai passi dei miei figli che stavano tornando in anticipo, insieme alla madre. «Siamo ritornati presto perché la raccolta di vimini è stata molto proficua. Voi padre, avete catturato qualcosa?», dice mio figlio minore, entusiasta del suo ricco bottino: «Sì figliolo, questo furfante che voleva derubarci, ma ora gli passerà la voglia visto che deve scegliere tra sopravvivere o finire sullo spiedo come un coniglio». «Ti imploro, abbi pietà!Non sono una persona cattiva. È da mesi che vago da solo per questi boschi dopo aver perso tutti i compagni a seguito dell'attacco di un branco di lupi».«Padre sii buono! Prendiamolo con noi!», supplica mio figlio maggiore. Non mi fido di quest'uomo, però non mi va neanche di lasciarlo qui da solo e con una spalla ferita. Rivolgo lo sguardo a mia moglie in cerca di un suo suggerimento. Lei non dice nulla ma con la forza dello sguardo mi fa intendere ciò che pensa. Lo straniero è ancora a terra, dolorante, con la mano sulla spalla ferita nel vano intento di procurarsi sollievo. Per non sentire più i suoi gemiti di dolore metto un piede sul suo petto, con la mano sinistra blocco il suo braccio mentre con la destra impugno la freccia conficcatasi in profondità. «Mi spiace amico. Non doveva finire così». A quel punto con tutta la mia forza estraggo la freccia lasciando a terra un corpo privo di sensi.È ormai il tramonto. Un bel falò arde davanti a noi. Il Vecchio fuma svogliatamente la sua pipa dopo aver medicato il furfante. Mentre i pezzi di carne cominciano a raggrinzire e a rosolare, il sugo cade a gocce nel fuoco e ogni goccia suscita una fiammella che nel rogo spicca indipendente. Intanto io ascolto l'arrivo della notte portandomi alle labbra il corno con la birra per lenire le ansie della giornata. Tra vari mugugni, il furfante lentamente si riprende dopo la medicazione: «Per fortuna il nostro druido è sapiente in medicina», gli preciso. A fatica, con un fil di voce il ferito risponde: «Mi dispiace per oggi ma la fame e la disperazione mi hanno portato a compiere azioni al di là della mia volontà».«Questo è ancora da appurare ma nel mentre bevi e mangia», dico mentre gli porgo della carne arrostita e della birra. «Grazie. Grazie anche per avermi risparmiato la vita. Non appena tornerò in forze prometto che vi sarò utile». Dopo ciò cala il silenzio imposto dalla stanchezza che cede presto il posto ad un sonno profondo. Il mattino seguente mentre gli ultimi gufi si ritirano nei covi per difendersi dalla luce, il cielo si schiarisce e il nostro viaggio riprende lungo un interminabile sentiero che dalle montagne scivola giù verso una zona più collinare. Quelle stesse montagne che ora lasciamo, chiamate Graie dal clan Graioceli, ci hanno fatto vivere giornate terribili, con la neve alta fino alle ginocchia e il vento forte che sputava cristalli di ghiaccio sui nostri visi. I presentimenti avuti tempo fa mi ritornano ora più frequenti e intensi, a significare che gli Dei sono con noi e stanno indirizzando i nostri passi nella giusta direzione: «Cernunnos parlami! Sento che siamo vicini al luogo prescelto. Nei sogni mi mostri una terra ricca di acqua e di verdi colline nella quale il mio popolo rifiorirà. Fino ad ora però ho visto solo boschi selvaggi e mai presenza di sorgenti o specchi d'acqua».Il Vecchio Saggio, sentita la mia implorazione, si avvicina con andatura lenta ma decisa e con aria paterna mi dice «Gli Dei ci mettono sempre alla prova. In cuor tuo credi di esser giunto a casa ma ti senti perso perché non riesci a trovarla. Non parlano chiaramente gli Dei ma ci guidano per farci arrivare alla soluzione con le nostre forze; sta a te ora a fare in modo che ciò che hai visto nei tuoi sogni diventi realtà».A quelle parole decido di chiudere gli occhi e concentrarmi sui miei sensi per trovare un segno che possa essermi d'aiuto. Il vento è tiepido sulla pelle e trasporta il profumo di una terra fertile, tra pigolii e sbattiti d'ali. Percepisco la pace che mi giunge dalla terra sognata. Distinguo ogni minima cosa come se canalizzassi in me ogni forma di vita quando ad un tratto sbarro gli occhi.«Seguitemi!», mentre con passo veloce, quasi un accenno di corsa, scendo giù per la collina. «Padre dove ci stai conducendo?». «Non abbiate timore. Presto vedrete». Superiamo con andatura rapida gli ultimi alberi fino a quando dinnanzi a noi si apre uno scenario incredibile. Riprendo fiato ed esclamo sorridendo «Miei cari, questa è finalmente casa!». Lasciamo cadere a terra le nostre cose e senza pensarci un secondo ci abbracciamo festosi. È proprio come era nei miei sogni. A perdita d'occhio colline fiorite e prati di un verde scintillante, vegliati a distanza da imponenti montagne innevate e ai nostri piedi, circondato da giunchi come fossero lance di un enorme esercito, un ampio lago, azzurro e limpido, nel quale si rispecchiano le nubi.Lo straniero, nostro compagno di viaggio, si fa avanti dicendo: «Non per vantarmi ma si dà il caso che io sia un abile costruttore in legname. Con tutta la legna qui a disposizione posso costruire delle capanne per noi, in riva al lago, e un pontile dal quale poter pescare».E in pochi mesi il nostro piccolo villaggio prende forma. Le capanne, disposte sulla sponda, una di fianco all'altra, hanno tetti di paglia spioventi così da far defluire la pioggia e la neve e pareti solide di spessi tronchi. L'interno è grande ed accogliente, con al centro un continuo focolare. Nell'area limitrofa al lago, che generosamente ci ha dato la possibilità di insediarci e di convivere con il suo ecosistema, passa una rotta commerciale del sale. Proprio tra la gente che va e che viene per affari alcuni scelgono di rimanere per sempre con noi. Una sera, mentre il sole come sempre sparisce dietro alla montagna col profilo di donna, il mio sguardo si posa su una figura diretta al pontile, verso di me. Si tratta diun uomo possente con folti baffi ben curati e una treccia nera che gli scivola giù per la spalla.Con voce ferma e profonda mi dice: «So per certo che sei tu l'uomo che ha attraversato le alte montagne per venire fin qui alla ricerca di una nuova vita e qui hai fondato questo villaggio». Deglutendo per via della tensione derivata dalle sue parole rispondo con fermezza: «Sì, sono io la persona che hai appena menzionato, cosa vorresti da me?». «Sono il Rix del clan dei Salassi e vengo per proporti un accordo, dato che il nostro villaggio Eporeda, poco distante da qui, è stato espugnato».Con un gesto della mano invito il Rix a seguirmi verso casa dove lo prego di essere nostro ospite. Accomodati intorno al fuoco, mia moglie,il druido e io, trascorriamo la serata in sua compagnia per capire meglio quali siano le sue vere intenzioni. Il mattino seguente, dopo una colazione con latte fresco di capra, una frittata e del pane, il Rix si congeda dicendomi: «Allora tornerò con i miei uomini. Grazie».Ci salutiamo con una forte stretta di avanbraccio e mentre lo guardo andar via penso tra me e me: «Nella vita tutto ciò che ci accade ha un suo fine. Bisogna solo avere il coraggio di affrontare le difficoltà di ogni giorno per vedere i giorni migliori. Ora sono fiero e orgoglioso di far parte di queste terre, di aver trovato un posto tutto mio nel mondo, di non avere solo più la mia famiglia al mio fianco ma un intero clan formato daiguerrieri Salassi e dalle molte persone che di giorno in giorno hanno scelto di vivere qui». Con il trascorrere del tempo il mio villaggio si è espanso lungo tutte le sponde del lago e sulla porta di ogni capanna è incisa la parola Axa a significare ciò che sulle rive di questo lago accadde, ovvero la nascita di Axa Briga, "Città dell'acqua". --Paolo Vietti