50enne di Forno uccise il compagno Assolta due volte per legittima difesa
Andrea Scutellà/ forno canaveseL'odissea di Silvia Rossetto, 50enne di Forno Canavese, dovrebbe finire qui. Ieri è stata assolta dalla Corte d'assise d'appello di Torino presieduta da Fabrizio Pasi, con Flavia Panzano giudice a latere. È la seconda assoluzione. L'accusa era quella di aver ucciso il suo compagno, Giuseppe Marcon, il 2 settembre 2018 a Nichelino. Un fatto che non ha mai negato: fu trovata dai carabinieri con la sua testa in grembo, dopo avergli inferto una coltellata in petto. Cercò di spiegare al pm Enzo Bucarelli, che però era convinto della sua colpevolezza. Tanto che, in primo grado, chiese nove anni di carcere per omicidio. Lei restò per un anno e sette mesi in carcere in attesa di giudizio. Chi non ha smesso mai di crederle, però, è il suo avvocato Sergio Bersano. Che ha sempre sostenuto: «La mia assistita si è solo sottratta a un'aggressione che poteva culminare in un femminicidio». Infatti il giudice Vitelli, in primo grado, l'assolse perché "il fatto non costituisce reato". La sua, in sostanza, era una legittima difesa. Il 22 settembre l'imputata era collegata da video dalla struttura psichiatrica protetta in cui è ricoverata, per sua scelta, da quando è una donna libera dopo la prima assoluzione. Secondo la pm Nicoletta Quaglino la sua condotta di quel giorno era da qualificare come "eccesso colposo di legittima difesa". Per l'accusa, infatti, fu decisiva la «forza» impressa alla coltellata. La richiesta era di un anno e otto mesi di carcere. Durante l'iter processuale Rossetto raccontò che il compagno, quel 2 settembre 2018, la teneva per il collo puntandole un coltello alla gola, quando lei, girandosi, gli inferse quell'unico colpo fatale al petto ferendo un ramo bronchiale e portandolo alla morte per insufficienza respiratoria. La telefonata ai carabinieri partì da Forno Canavese, dall'abitazione dei genitori di Rossetto. Era la madre di lei, che riferì che l'uomo, ubriaco, stava picchiando la figlia e mentre erano al telefono si rivolgeva alla 50enne con parole come «Puttana, troia». La comunicazione si chiuse con la figlia che implorava «Mamma, mamma, aiuto!». In dieci minuti accorrevano i militari, trovandosi di fronte alla scena straziante. Poco prima aveva richiamato la madre urlando: «Mamma, ho in mano il coltello, gli ho piantato il coltello». La sentenza di primo grado ricostruisce anche i rapporti tra Marcon e Rossetto, da sempre burrascosi. La donna era seguita già allora dal Centro di salute mentale e aveva conosciuto l'uomo in una comunità a Bruino. Una comune amica, durante il processo, riferirà che entrambi avevano problemi psicologici «solo che la Rossetto ammetteva di averli, mentre Giuseppe non li accettava». Nelle motivazioni della sentenza di primo grado il giudice sottolinea che ci sono «elementi importanti» che portano a credere che Marcon «abbia violentemente picchiato Rossetto che subiva». Il legale Sergio Bersano che ha lottato a lungo per l'assoluzione della sua cliente, intravede in questa vittoria la missione di ogni avvocato. «Mi aspettavo la conferma della sentenza del dottor Vitelli - spiega -, che aveva fatto giustizia di un caso di una donna maltrattata e vessata continuamente, che il 2 settembre 2018 ha reagito nell'unico modo che le era consentito per salvarsi la vita, di conseguenza l'appello del pg sull'eccesso colposo era privo di sostanza». --