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il casoPaolo BrusorioIl caso non è chiuso, anzi, ma quanto meno non assisteremo più al maldestro siparietto visto contro il Galles. Cinque azzurri inginocchiati davanti agli avversari, compatti nel gesto antidiscriminazioni, e gli altri sei rigorosamente in piedi prima del fischio di inizio.Non una bella immagine. Non una divisione tra buoni e cattivi, tra giustizia e ingiustizia, è che poi è difficile non sfruculiare sul perché e il percome di una protesta a metà. Serviva una linea comune e la Figc per bocca del suo presidente Gravina è stata molto esplicita e anche un po' ponziopilatesca: «Noi non imponiamo nulla, lasceremo liberi i nostri ragazzi». Imporsi, in questa situazione, avrebbe significato comunicare all'Uefa di voler aderire al protocollo previsto in simili circostanze. Deve saperlo l'arbitro che in questi casi fa un primo fischio e poi un secondo (come nel minuto di silenzio), per dare il via alla partita, devono saperlo gli avversari. Come l'Italia, per esempio, che era a conoscenza di che cosa avrebbe fatto il Galles. Bene, o male, ma insomma sono punti vista: per l'ottavo di finale di domani a Wembley contro l'Austria, la Federcalcio non ha fatto alcuna richiesta. Così come l'Austria. Tutti in piedi, dunque? Possibile, probabile, ma l'ultima parola spetterà ai giocatori. Primi, loro, a voler scansare l'immagine di una squadra divisa su un argomento così delicato e, soprattutto, facilmente strumentalizzabile. Non si inginocchieranno, e neanche gli avversari lo faranno. Il che non significa che non ne abbiano parlato, che non sentano il problema; ma non aver comunicato al presidente federale la necessità di avvertire l'Uefa è significativo della volontà di squadra. Poi, non essendoci alcun diktat federale e neanche di spogliatoio, ogni azzurro potrà decidere di testa propria: sono i contorcimenti del calcio che, almeno in Italia, non trovano mai una linea retta. Sbarchiamo a Wembley dove la Nazionale inglese ha preso qualche fischio e anche applausi per essersi inginocchiati, e l'atmosfera non è delle più accoglienti. «Spiacenti, ma dovete allenarvi a casa vostra», si sono sentiti dire Roberto Mancini e Franco Foda, ct di Italia e Austria. Così, prima uscita extraterritoriale degli Azzurri dopo la cavalcata romana, e primo intoppo: non che l'allenamento della vigilia sul prato di gara sia mai stato decisivo, però la decisione che penalizza le due squadre è spocchiosamente inglese. Il sacro prato rischia di stressarsi troppo e martedì lì sopra si gioca Inghilterra-Germania, la madre di tutte le partite per chi ha le chiavi di Wembley. In quello che fu l'Empire Stadium e ora è definito da un arco, che per qualcuno sarà di trionfo il prossimo 11 luglio, l'Austria neanche ci voleva giocare: «Assurdo andarci e farlo senza i nostri tifosi obbligati a stare a casa per la paura del virus», è stato il grido di allarme di Foda, un po' fuori tempo massimo, ma che fa passare Wembley per lo stadio della discordia. Qui ogni giorno c'è una novità: dopo l'apertura ai sessantamila spettatori per la finale, arriva la decisione che, di questi, duemila potranno essere stranieri. Azione: il fronte Draghi-Merkel vuole levare le finali a Londra. Reazione: più pubblico e pure uno spicchio di non inglesi. L'Uefa non ha avuto dubbi, e nel caso, se li è pure tenuti; difficile dare una spallata a Boris Johnson, uno dei principali artefici, per esempio, del no alla Super Lega.Ora arriva l'Italia per un blitz, una toccata e fuga che si spera porti in direzione Monaco, casa dell'eventuale quarto di finale. Ma è meglio non vendere la pelle dell'orso in anticipo, nello sport non è mai stato un grande affare. Ci arbitrerà Anthony Tailor, un inglese a Wembley. Alt. Fermate i cattivi pensieri, non c'è una regia occulta. A scegliere i fischietti è Roberto Rosetti, un italiano. Quindi stop alle congetture. Insomma, non è una vigilia semplice, se mai il giorno che precede una sfida da dentro e fuori può essere normale. Oggi si parlerà di formazione e di tattica, ma una volta bastava la parola: Wembley, e si fermava il tempo. C'è un mondo attorno al pallone, fare finta di niente non si può più. Poi si può parlare anche dell'arbitro. --© RIPRODUZIONE RISERVATA