Un colombiano che ama la nostra terra
ivreaEgan Bernal, colombiano, classe 1997 ha vinto il Giro d'Italia numero 104. Nel successo celebrato ieri all'ombra della "madunina" c'è tanto Canavese: l'ambiente che lo ha accolto per muovere i primi passi da professionista con la maglia della Androni Sidermec, le salite di Ceresole che hanno temprato i suoi muscoli, gli insegnamenti di Giovanni Ellena che lo ha preso sotto la sua ala e lo ha aiutato a diventare uomo e campione.ecco perchÉ piaceEgan Bernal piace perché è un ragazzo semplice: spesso va a salutare la fidanzata Maria Fernanda dopo la premiazione o prima del via e nelle interviste ha un intercalare particolare, quel "Dai!", che suona quasi come a giustificarsi di essere lì, a spiegare come mai è in maglia rosa, perché ha vinto una tappa o perché le cose sono andate in un determinato modo. "Dai!" è il suo marchio di fabbrica, che mette quasi in ogni frase che pronuncia, un modo di dire che crea subito confidenza con l'interlocutore.Egan Bernal è partito da Torino, tre settimane fa, con i favori del pronostico. E questo non è sempre un bene: tutti gli occhi puntati su di lui, che nel 2019 aveva vinto il Tour de France a soli 22 anni, ma che dodici mesi dopo non è riuscito a ripetersi per via di guai fisici che avevano lanciato un segnale di allarme addirittura sul prosieguo della sua carriera ad alti livelli.il predestinatoEgan Bernal è sempre stato un predestinato: lo ha raccontato con estrema soddisfazione Gianni Savio, il direttore della Androni a Ciro Scognamiglio della Gazzetta dello Sport: «Faccio il team manager dal 1985, 36 anni. Egan è il più forte che abbia mai avuto. Ricordo quando mi ha detto che stava bene con noi, ma voleva andare a correre nella squadra più forte del mondo». E ci èriuscito, Egan Bernal da Bogotà, ad approdare nella squadra più forte del mondo, la Ineos Grenadiers: un team completamente votato al servizio del suo capitano. Anche il piemontese Filippo Ganna, campione mondiale della cronometro, non si è tirato indietro quando si è trattato di mettersi in testa a fare l'andatura: nelle prime tappe aveva indosso la maglia rosa del primato, ma si è comportato da perfetto gregario perchè l'obiettivo di tutto il team era uno e uno solo: portare Egan in Rosa al ai piedi del Duomo di Milano, ieri. Un capitano, Egan, pronto a riconoscere i meriti dei compagni, anche quando ci ha messo molto di suo. l'umiltÀAl termine della tappa di Campo Felice, dove ha sbaragliato la concorrenza sullo sterrato e indossato la sua prima maglia rosa, ha confessato candidamente: «Dai, forse oggi ci credeva più la squadra di me. Alla fine non ho festeggiato perché non ero sicuro che avanti non ci fosse più nessuno della fuga. I miei compagni hanno fatto un grande lavoro e questa prima maglia da leader la devo soprattutto a loro».Savio ha affidato Bernal a Giovanni Ellena, storico direttore sportivo canavesano che lo ha trattato come un figlio e oggi, nel giorno del trionfo rosa, gongola come solo un padre può fare: «Egan è un campione puro, sarebbe diventato il corridore che è oggi anche se fosse stato affidato a qualcun altro o se fosse maturato altrove. Ma sicuramente le salite del Canavese, hanno contribuito alla sua crescita fisica e hanno fatto sì che si innamorasse della nostra terra, dell'Italia e delGiro. Ceresole, Alpe Cialma, Nivolet quante volte le ha fatte! E questo ha consolidato il suo legame con Buasca e il Canavese. È un ragazzo d'oro e un atleta intelligente, in corsa come nella vita. Anche per questo lo stimo tantissimo e il legame fra di noi è rimasto forte. Praticamente ci sentiamo ogni giorno, per un saluto o per un consiglio. Anni addietro ero io a darli a lui, adesso spesso capita anche il contrario». Egan Bernal ama l'Italia e il ciclismo italiano: «So di essere nato lo stesso giorno di Marco Pantani, il 13 gennaio, lui nel 1970, io nel 1997. Ho guardato tante volte le sue imprese in video e sicuramente questo ha influito sul mio voler essere un professionista e uno scalatore. L'Italia, poi, è il paese che mi ha fatto diventare davvero un ciclista, che mi ha permesso di iniziare la mia carriera e, dai, sono felice, tanto felice, di poter gareggiare e vincere in Italia».Egan Bernal a Cortina d'Ampezzo ha regalato a tutti un "numero" di alta classe: dopo aver corso con la mantellina per proteggersi dalla pioggia, in vista del vittorioso traguardo, se l'è sfilata per vincere sfoggiando la Maglia Rosa: «Non vinci tutti i giorni, e vinci ancora meno indossando questo simbolo. Quando ho capito che avevo un po' di tempo per togliermi la mantellina, ho pensato che era un dovere farlo: dai, volevo vincere mostrando questa Maglia speciale».Egan Bernal il Giro 2021 lo ha corso da padrone, ma sempre con un profondo rispetto per tutti gli avversari: «Il Giro lo puoi perdere ogni giorno, anche perché gli avversari sono forti: prima avevo Evenepoel alle mie spalle, poi si sono fatti sotto Yates, Caruso, Carthy, Vlasov... Dai, non puoi mai dire di aver vinto fino a che non è finito e bisogna stare sempre con i piedi per terra».Egan Bernal i piedi li ha tenuti ben saldi, sia per terra che sui pedali. E oggi rientra in quella schiera di campioni che hanno inserito nel loro palmares sia il Giro che il Tour. Se dovesse cimentarsi con successo anche nella Vuelta a Espana entrerebbe a far parte dell'Olimpo del ciclismo, laddove oggi siedono solo sette campioni: Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddie Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Bernal potrebbe quindi essere il primo extraeuropeo a riuscire nell'impresa. Dai, Egan: puoi farcela! --