Strage per non fermare la funivia «Nessuno ha risolto il problema»

il retroscenaLodovico PolettoINVIATO A STRESANessuno faceva nulla per risolvere il problema del blocco improvviso delle cabine sulla funivia che, dalle sponde del Lago Maggiore, a Stresa, saliva ai 1400 metri della montagna del Mottarone. Nessuno.Lo ha detto chiaro Gabriele Tadini, il direttore di esercizio delle «Ferrovie». Lo ha spiegato e ripetuto alla procuratrice di Verbania: «nessuno faceva nulla». E allora l'ingegnere aveva fatto la sola cosa che gli era venuta in mente: aveva deciso di piazzare i forchettoni sui freni di emergenza. Di renderli inutili.Il dato adesso non è più soltanto una voce uscita dalla Procura nelle ore immediatamente successive agli arresti di due notti fa. Ma è tutto scritto - nero su bianco - nel decreto di fermo firmato da Olimpia Bossi quando ha spedito in galera Luigi Nerini, il patron di questo impianto, il gestore della funivia Gabriele Tadini e un altro ingegnere, Enrico Perocchio, ovvero il responsabile tecnico della funivia del Mottarone, brillantissimo quarantenne di origini biellesi, seduto su una sedia con doppio incarico: quello di dipendente della Leitner di Vipiteno e di consulente dell'impianto sul lago. In quelle poche pagine di decreto c'è tutto. Anche il fatto che nessuno abbia fatto nulla per riparare i guai della cabina precipitata.Il verbale di quella notte per ora è secretato. Ma i passaggi più drammatici di una confessione che aveva tormentato il sessantatreenne Gabriele Tadini fin da domenica - il giorno della sciagura - sono tutti lì, messi nero su bianco. Disattivare il freno di emergenza che serve proprio in caso di rottura della fune trainante - scrive il capo della Procura di Verbania - era una condotta di cui erano stati «ripetutamente informati tanto il Perocchio quanto il Nerini». Ripetutamente. Quindi non c'era nulla di segreto, di non svelato, di nascosto. Anzi. Nerini e Perocchio - scrive ancora Olimpia Bossi - «avallavano tale scelta (di sistemare i blocchi ai freni di emergenza) e non si attivavano per consentire i necessari interventi di manutenzione». Cioè sono stati ad aspettare all'insegna del «tanto cosa vuoi che capiti?». Il motivo per cui non vennero chiamati gli esperti della Leitner ormai lo sanno tutti, è sulla bocca di tutti tra Stresa e Verbania: non volevano perdere soldi. Non volevano fermare l'impianto neanche un giorno.Ecco, le parole indubbiamente forti che il capo della Procura adopera nel dispositivo di fermo - «assoluto spregio delle più basilari regole di sicurezza, finalizzate alla tutela dell'incolumità e della vita dei soggetti trasportati» - e ancora: «fatto di straordinaria gravità» e «deliberata volontà» raccontano di come l'inchiesta non sia destinata a finire qui. Con gli interrogatori previsti oggi. Infatti, la scelta dei termini adoperati su quell'atto ufficiale, è tutt'altro che casuale. E non importa che due degli arrestati (Nerini e Perocchio) non abbiano parlato: il tormento di Gabriele Tadini nei giorni precedenti è la conferma che tutto ciò che ha detto è più che credibile.E poi c'è la questione morale, legata alla «sconsiderata condotta» dei tre che - per la procuratrice - se provata porterà a una «elevatissima sanzione detentiva». Leggi quell'atto e in quelle pagine trovi tutto lo sdegno di una donna che non ha nascosto le lacrime domenica pomeriggio accanto alla cabina rovesciata e con i corpi ancora distesi sull'erba. Commossa e sdegnata perché oltre alla fatalità c'era anche il dolo. Ma Bossi va oltre. Analizza anche la ragione per cui quei tre uomini vanno arrestati. Per farlo cita «il clamore internazionale per l'intrinseca drammaticità della sciagura» che «verrà sicuramente accentuato al disvelarsi delle cause del disastro». Spiega che per queste ragioni i tre potrebbero fuggire. E non è soltanto una pedissequa elencazione delle ragioni giuridiche per le quali un arresto è obbligatorio - (reiterazione del reato, inquinamento delle prove, fuga) - è una convinzione decisamente più profonda. Qualcosa che ha di nuovo a che vedere con quelle lacrime, che si mescola con l'anima di chi lo ha scritto, con il dolore provato domenica mentre guardava i soccorritori spostare lamiere e scoprire corpi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA