Per il petrolio delle mafie in manette l'ereditiera Bettz
Edoardo Izzo / ROMATraffico di idrocarburi e relative frodi fiscali sono il nuovo business delle mafie italiane: rendono più del traffico di stupefacenti. A dimostrarlo i risultati della maxi-operazione "Petrolmafie Spa", frutto di quattro diverse indagini coordinate dalle procure antimafia di Catanzaro, Reggio Calabria, Napoli e Roma e dalla Direzione nazionale antimafia, che ieri sono sfociate nell'esecuzione di 71 misure (56 arresti e 15 fermi) con il sequestro di beni per quasi un miliardo di euro. Le accuse: associazione di tipo mafioso, riciclaggio, autoriciclaggio, frode fiscale su prodotti petroliferi. In primo piano tra i destinatari dei provvedimenti eseguiti dai finanzieri assieme ai finanzieri dello Scico e ai carabinieri del Ros, Anna Bettozzi, ex-aspirante popstar col nome d'arte di Ana Bettz, vedova ereditiera dell'impero del petroliere romano Sergio Di Cesare, ritenuta il vero cervello dell'organizzazione. Punto di snodo delle relazioni tra camorra, 'ndrangheta e imprenditori compiacenti, secondo gli inquirenti, la Made Petrol Italia, diretta dalla figlia di Anna Bettozzi, Virginia Di Cesare. Tra le attività di spicco di Bettozzi, oltre al riciclaggio dei denari delle cosche, anche i più tradizionali sistemi di frode nel settore, attraverso la costituzione di 20 società "cartiere" dedite alle compravendite puramente cartolari per eludere le pretese erariali e rifornire le cosiddette "pompe bianche", non legate ai grandi marchi, a prezzi super-concorrenziali. Accuse che fanno apparire come peccati "veniali" altre attività dell'imprenditrice: nel 2019 fu pescata alla frontiera di Ventimiglia mentre in Rolls Royce faceva rotta verso Cannes con 300mila euro in contanti; 1,4 milioni di euro, sempre in contanti, sono saltati fuori nel lussuoso albergo milanese dove soggiornava; è stata intercettata mentre prendeva accordi per il pagamento in nero all'attore Gabriel Garko per una campagna pubblicitaria della Made Petrol. «È stata un'indagine davvero insolita e particolare che ha messo insieme le intelligenze investigative di quattro uffici giudiziari e ha dimostrato come si sviluppa il rapporto tra imprenditori e organizzazioni mafiose - ha spiegato il procuratore di Roma Michele Prestipino -. Il lato romano dell'inchiesta ha riguardato l'operatività di un gruppo imprenditoriale importante, radicato da molti anni nella capitale, facendo emergere la presenza, nemmeno tanto occulta, di personaggi legati a importanti gruppi di camorra. Centrale il ruolo del clan Moccia, titolare di accordi di rilievo con esponenti del settore pubblico e privato». Sul versante della 'ndrangheta è emerso il coinvolgimento di tutte le principali cosche del vibonese e della piana di Gioia Tauro, impegnate nell'importazione, soprattutto dall'est-Europa, di prodotti petroliferi artefatti (miscele) e oli lubrificanti, successivamente immessi in commercio come gasolio per autotrazione e intenzionate a stringere accordi vantaggiosi con una grande industria estrattiva di gas e petrolio del Kazakistan. --© RIPRODUZIONE RISERVATA