"Cambia il concetto di ospedale"
Francesco rigatelli«Sì, è vero, bisogna riformare il sistema sanitario, ma nessuno dice dove e come». Fabrizio Faggiano, professore di Igiene all'Università del Piemonte Orientale e direttore dell'Osservatorio epidemiologico di Vercelli, riflette su cosa si potrebbe fare alla luce delle lezioni della pandemia.«Non si può prescindere da un punto - spiega -. Quando il sistema sanitario è stato travolto, il problema più evidente è stato la mancanza di posti letto, ma come dimostrano i Paesi asiatici e la Nuova Zelanda, il ricovero è una sconfitta. Dobbiamo imparare a prevenire e non solo per le future pandemie». È la cultura ospedalocentrica italiana lo scoglio da superare per una vera riforma del sistema sanitario. «Dopo la prima ondata si doveva potenziare quello che non si era migliorato prima a causa dell'emergenza. Invece le aziende sanitarie hanno pensato solo agli ospedali. Chi ha curato anche il territorio, come Toscana e Veneto, ha avuto risultati migliori. La Lombardia ha confermato le carenze territoriali a favore del sistema privato e il Piemonte, che aveva un buon sistema di prevenzione, ha pagato i tagli e le mancate scelte ed è rimasto a metà strada».Finita l'emergenza, per Faggiano bisognerebbe rimettere al centro il tema demografico. «Dopo l'ulteriore calo di nascite di quest'anno - spiega - la popolazione sarà sempre più squilibrata verso gli anziani, che in Italia vengono ben curati e dunque vivono a lungo anche se malati. Questo comprometterà ulteriormente il sistema sanitario, perché ci saranno più pazienti cronici ad occupare gli ospedali. L'obiettivo, invece, dovrebbe essere curarli a casa o addirittura prevenirne le malattie».Per il professore diventa essenziale riorganizzare il sistema fuori dall'ospedale. «A Vercelli, per esempio, ci sono il distretto, composto da ambulatori e assistenza domiciliare, i medici di base, che al momento non fanno parte della rete perché sono come liberi professionisti pagati dall'Asl, il dipartimento di prevenzione, i servizi sociali e l'ospedale. Tutto va unito: i medici di base vanno assunti dal sistema sanitario e il servizio sociale va integrato».Anche negli ospedali bisognerebbe imparare dalla pandemia. Molte strutture, secondo Faggiano, «sono obsolete o nate vecchie a causa di lavori durati anni, come a Biella, e questi edifici sono difficili da tenere puliti. Penso alla difficoltà delle Molinette di Torino nel debellare la legionella. E c'è una sottostima delle infezioni tra gli operatori sanitari, un'insufficiente formazione a riguardo e scarsità di dispositivi adeguati. Basti pensare che negli ospedali prima della pandemia non si usavano gel disinfettanti».Nei reparti, poi, sarebbe utile una maggiore integrazione con l'università: «I ricercatori sono portatori di innovazione e la corsa ai vaccini dimostra che investimenti pubblico-privati e collaborazione internazionale garantiscono risultati senza precedenti. La società ha scoperto quanto sia importante la scienza».L'Italia - ricorda Faggiano - si dovrebbe dare un'agenda di priorità per la ricerca, come ha fatto l'Europa con il programma Horizon: «Le case farmaceutiche investono per trovare nuovi farmaci, recuperando poi sul prezzo dei medicinali. Le aziende concorrenti, invece di innovare, cercano di riprodurre farmaci simili a partire dalle stesse molecole e puntando a ricavi simili senza tanti sforzi. Bisognerebbe lasciare all'industria solo la produzione e assegnare la ricerca allo Stato, così da orientarla secondo priorità comuni, ma, anche senza arrivare a questo, una maggiore definizione pubblica degli obiettivi gioverebbe all'industria. L'Agenzia italiana del farmaco, anni fa, convinse le case farmaceutiche a versare una quota dei ricavi per finanziare la ricerca su obiettivi prioritari: lo sviluppo delle cure per le malattie rare, per esempio, non può funzionare che così». --© RIPRODUZIONE RISERVATA