Senza Titolo
il retroscenaFrancesca PaciC'era un corpo all'obitorio del Cairo il 4 febbraio 2016, un giovedì assolato. Rotto. Sette costole fratturate, cinque denti mancanti, gambe, braccia, scapole, tutte le dita di mani e piedi ridotte a ossa scomposte. La madre lo riconobbe dal naso e disse di aver visto su quel volto «tutto il male del mondo». L'assassino di Giulio Regeni abita sotto quel cielo là, lo stesso che Giulio vedeva dalla sua stanza nel quartiere Dokki: secondo la Procura di Roma si chiama Magdi Ibrahim Abdlelal Sharif, ha 36 anni e veste la divisa della National Security, il mukhabarat egiziano. Lo glorificò lui stesso durante un pranzo a Nairobi origliato e riferito agli inquirenti italiani nel 2017. Oggi, dopo 5 anni di depistaggi, l'ufficiale Sharif è accusato di lesioni e omicidio aggravato mentre i suoi colleghi Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsem Helmi saranno processati, sempre in contumacia, per sequestro di persona. E' un colpo a vuoto contro il regime che il presidente francese Macron ha appena fregiato della legione d'onore: ma tuona. Le carte divulgate dal procuratore Michele Prestipino e dal sostituto Sergio Colaiocco fotografano la verità di cui migliaia di egiziani portano i segni, kulluna Giulio Regeni, siamo tutti Giulio Regeni. La fotografano senza filtri, tutto il male del mondo.«Caricammo il ragazzo in macchina e io stesso lo colpii più volte duramente al volto» diceva mangiando e bevendo Sharif ai colleghi della capitale kenyota. Flashback. Siamo al Cairo, all'ingresso della stazione della metro Bohooth, a due passi dal chiosco dove Giulio compra ogni giorno sigarette LM. E' la sera del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione contro Mubarak. L'ultimo sms parte alle 19.41, poi più nulla. Il frame successivo lo racconta alla procura capitolina uno dei 5 testimoni chiave: «Ero nella stazione di polizia di Dokki, potevano essere le 20 o al massimo le 21, quando è arrivata una persona. Avrà avuto tra i 27 e i 28 anni, la barba corta, indossava un pullover, verosimilmente tra blu e grigio, direi con la camicia sotto». Giulio percorre il corridoio scortato da «quattro persone in abiti civili», parla in italiano e in arabo, chiede un avvocato, vuole telefonare al Consolato, qualcuno prova ad aiutarlo e viene picchiato. Uno dei poliziotti che sono lì «viene chiamato Sharif». In quelle ore l'ambasciatore italiano è a cena con il ministro dello sviluppo economico e Federica Guidi e una delegazione di imprenditori italiani in vista al Cairo.Gli amici aspettano. In città arrivano mamma Paolo e papà Claudio. Giulio intanto «è stato fatto salire su un'auto egiziana, è stato bendato e condotto in un posto che si chiama Lazoughly. Lazoughly è verosimilmente il punto zero, il capolinea dove il ricercatore friulano trascorre i successivi 9 giorni, morendo un po' alla volta. E' un altro teste a portarci lì dentro, uno che ha lavorato 15 anni nella sede della National Security, una villa d'epoca nasseriana di proprietà dell'intelligence. E' il 28 o il 29 gennaio, l'Italia bussa a tutte le porte. Il tempo corre: «Ho visto Giulio ammanettato e con segni di tortura. C'erano ufficiali e agenti. C'erano catene di ferro con cui legavano le persone». In realtà riconoscerà il ragazzo più tardi, dalla sua foto sui giornali, ma è certo sia lui: «Era mezzo nudo, parlava italiano, delirava. Era molto magro. Era sdraiato a terra col viso riverso, ammanettato, aveva segni sul la schiena».In questo edificio avviluppato dal flusso inesorabile del traffico cairota, c'è la stanza numero 13, la cella destinata agli stranieri sospettati di aver tramato contro la sicurezza nazionale, sospetti di fumo come quelli costruiti dal sindacalista degli ambulanti Mohamed Abdallah che dopo aver ambito invano una borsa di studio britannica in mano a Regeni lo ha venduto al mukhabarat per trenta denari. Sembra un lontano racconto di desaparecidos argentini e invece è adesso, a due ore di volo da Roma. Gli inquirenti italiani sono convinti che tra queste mura gonfie di urla l'ufficiale Magdi Ibrahim Abdlelal Sharif finisca lentamente il lavoro dei colleghi: «...con crudeltà cagionava a Giulio lesioni che gli avrebbero impedito di attendere alle ordinarie occupazioni per oltre 40 giorni nonché comportato l'indebolimento e la perdita permanente di più organi». Un giorno dopo l'altro, martedì, mercoledì, giovedì. Alcune fonti investigative egiziane private sono convinte che Giulio Regeni sia passato per diversi centri di detenzione e almeno due servizi segreti, quello militare e quello civile, in guerra fratricida tra loro. Ma cambia poco: sul suo corpo sbattuto contro il muro incidono a ripetizione «strumenti taglienti e roventi», lame, mazze, bastoni e poi pugni alla testa, il volto, la schiena. Oggi lo vediamo, tutto il male del mondo.All'obitorio, nei giorni successivi al 3 febbraio, quando il corpo viene ritrovato in un fosso sulla statale per Alessandria, sussurerranno a La Stampa che Giulio è morto per un colpo secco al collo, che aveva mangiato poco prima come se i suoi assassini non avessero pianificato di ucciderlo in quel momento, che dato il clamore mediatico montato nel frattempo non si poteva forse lasciare vivo in quelle condizioni un italiano come fosse un egiziano qualsiasi. La Procura di Roma sostiene che sia morto per «insufficienza respiratoria acuta». Perché? La risposta è Patrick Zaki, Sara Hijazi, migliaia di detenuti politici nell'oblio, chi sopravvive e chi no.Al Cairo ripetono che gli assassini di Regeni restano «ignoti», rilanciano la pista criminale, quella dei cinque innocenti freddati nel 2016 e spacciati per i carnefici di Giulio quando i media governativi avevano già evocato l'incidente, la droga, l'omosessualità, quel presunto spionaggio per cui gli sgherri del ministero dell'interno egiziano lo seguivano da mesi. Ancora, ancora. La storia è finita, o forse no. --© RIPRODUZIONE RISERVATA