In Canavese l'industria resiste ancora Ma i nodi sono i positivi e le quarantene
Andrea Scutellà / ivrea«Capisco la rabbia di chi è nel settore dei servizi e si vede costretto alla chiusura. Ma dobbiamo comprendere che l'industria è come la brace che tiene il fuoco ancora acceso. Se si spegne questa, si spegne tutto. Si fermano gli stipendi e di conseguenza si fermano i consumi». Nelle parole della presidente di Confindustria Canavese Patrizia Paglia, c'è la fabbrica che cerca di resistere alla progressione del virus, come ultimo baluardo sociale. Il sacrificio di lavoratori e aziende, spesso costretti a casa in auto quarantena per contatti con persone potenzialmente positive, senza che l'Asl abbia disposto il regime di sorveglianza attiva e dunque non retribuita dall'Inps. il canavese vive un buon periodoIl Canavese vive un periodo di relativa ripresa rispetto al chiusura totale di marzo e aprile. «Certo lì le aziende sono arrivate a fatturare -92, -98, anche meno 100% - spiega ancora Paglia -. Ma ci sono aziende che a luglio, agosto e settembre, hanno fatturato di più anche rispetto al 2019. Se prendiamo i dati degli addetti in cassa integrazione al 30 marzo 2020 erano 5.746 in 103 aziende associate, il 4 giugno erano 4.117 in 85, da settembre ad oggi 2.342 in 46 aziende».Un giudizio in parte condiviso anche dai sindacati, dalla Fiom Cgil alla Uilm, che sottolineano come ci sia ripresa in particolare nel settore della movimentazione terra - produzione di macchine escavatrici -, ma anche della componentistica auto legata alla nuova 500 elettrica. i positivi e le quaranteneMa l'inquietudine dei lavoratori c'è ed è inutile nasconderlo. «C'è preoccupazione - spiega Fabrizio Bellino della Fiom Cgil -, in particolare per la presenza di positivi, che viene gestita con grande serietà dalle aziende canavesane, ma che comunque è aumentata molto rispetto al lockdown della scorsa primavera. C'è un caso in quasi tutte le nostre aziende metalmeccaniche, saranno circa un centinaio sul territorio. Questo perché c'è tutto un sistema che è ripartito: dalla scuola alla socialità, fino ai trasporti pubblici».Per i tamponi le aziende si rivolgono per lo più ai laboratori privati, per questioni di velocità e opportunità: meglio spendere qualcosa prima che rinunciare alla produzione. La Iltar-Italbox di Bairo, ad esempio, presieduta proprio da Paglia, insieme ad altre industrie sta adottando una politica di tamponi a tappeto per testare tutti i dipendenti. C'è il nodo, però, dei lavoratori che restano a casa senza un provvedimento dell'Asl, per cui l'Inps non riconosce più l'indennità di malattia. Confindustria invita le sue associate a utilizzare anche ferie, permessi e strumenti simili. Ma i sindacati non sono d'accordo su questo punto. «Sicuro non ci può rimettere il lavoratore - spiega ancora Bellino -, se non è in malattia, si può mettere in cassa per Covid-19, ma se non è a carico dell'Inps è a carico dell'azienda. In realtà la soluzione è l'Inps: perché il lavoratore è messo a casa per garantire la sicurezza degli altri». lo sciopero del 5 novembreQuel che è sicuro è che il governo ha confermato il blocco dei licenziamenti fino a marzo e la cassa Covid fino al 31 maggio. «Diciamo che abbiamo preso una boccata d'ossigeno sui licenziamenti - spiega Alberto Mancino della Uilm -. Al momento il mercato in Canavese ha dato dei segni di ripresa, ma con picchi anomali e a macchia di leopardo. Per ora l'80-85% delle imprese ha fatto comunque richiesta di poter accedere alla nuova cassa integrazione, poi bisognerà vedere chi ne usufruirà. Naturalmente nel momento in cui l'economia si ferma, la prima cosa a cui il datore di lavoro pensa per contenere i costi è lasciare a casa i dipendenti. E per di più quelli con maggiore anzianità, che costano di più, anche a scapito della professionalità. Sono i cinquantenni che rischiano, quelli a cui mancano una decina di anni per andare in pensione. La maggior parte delle nostre aziende sono serie, ma non tutte e magari c'era già chi prima pensava di voler licenziare». Mancino rimarca anche la questione degli stipendi: proprio in questo periodo i sindacati dei metalmeccanici stanno trattando il rinnovo del contratto. «Il nodo più importante - spiega - è quello del salario, perché le aziende vengono da due o tre anni di utili e, nonostante l'emergenza, è ora che redistribuiscano. Ma qui si è bloccata la trattativa, per questo domani, 5 novembre, faremo uno sciopero di quattro ore: chiediamo a tutti i lavoratori di aderire. Oggi un terzo livello con un po' di anni di esperienza, se tutto va bene, prende circa 1.200 netti. Se ne può prendere mille solo con il reddito di emergenza, si capisce che i salari in Italia sono poco competitivi rispetto ai sussidi». --