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Mauro Giubellini / fornoColtelli fabbricati in Cina ma messi sul mercato con il timbro "Made in Italy". Cinque milioni di euro il valore stimato degli otto milioni di pezzi stipati in magazzini fatiscenti. L'operazione della Guardia di Finanza ha messo nei guai la storica Coltelleria Marietti che nell'immaginario collettivo e sfogliando le pagine della storia industriale del Canavese è una eccellenza, la punta di diamante di una tradizione imprenditoriale forgiata dall'intraprendenza, dalla tenacia, dell'ingegnosità, dalla caparbietà canavesana. Una realtà fondata nel 1860 e che negli anni d'oro aveva dato occupazione e benessere a trecento operai tra assunti e indotto.Una bellissima favola macchiata mercoledì mattina dai lampeggianti azzurri e dai baschi verdi della Guardia di Finanza. I prodotti risultano fatti interamente e importanti dalla Cina. Ma venduti come Made in Italy E c'è di più. I capannoni dove venivano imballati sono in condizioni disastrose. Il video diffuso dalla Finanza è un pugno nello stomaco: locali degradati, impolverati «da ricordare gli scenari londinesi dell'800 descritti da Charles Dickens nei suoi romanzi» - si lascia sfuggire un uomo delle Fiamme gialle che tutto si sarebbe aspettato di trovare tranne simili condizioni nei magazzini di un'azienda italiana leader del settore della distribuzione di prodotti per la casa. «Tre imprenditori sono stati denunciati e otto milioni di articoli sono stati sequestrati», recita il comunicato stampa della Gdf. «I coltelli venivano custoditi e imballati in stabili fatiscenti, senza alcun tipo di rispetto per le norme di sicurezza ed igienico-sanitarie», dicono i vertici delle Fiamme gialle . A far scattare il blitz alcuni controlli fatti in negozi di Torino e provincia. I baschi verdi hanno notato sugli scaffali e negli espositori prodotti etichettati Made in Italy, con tanto di simbolo della bandiera tricolore, ma realizzati da tutt'altra parte. Sono risaliti al produttore e hanno deciso per un blitz in piena notte perché sapevano di operai costretti a lavorare per sei euro l'ora in un ambiente pericoloso. In un capannone insalubre, senza protezioni, estremamente pericoloso c'era un giovane marocchino all'opera. Non ha potuto negare l'evidenza. Sulle condizioni più che le parole parlano le immagini ormai pubbliche e virali sui social che fanno a pugni con le foto in bianco e nero che in molti a Forno conservano in cui si vede un'azienda ordinata, florida, organizzata.Intanto tre imprenditori, che durante i controlli si sono impegnati a modificare le indicazioni merceologiche in previsione delle successive importazioni, sono stati indagati per frode in commercio e a breve dovranno anche rispondere delle condizioni in cui lavorava l'operaio trovato a smanettare tra macchinari sgangherati e lame senza protezione. --