Senza Titolo
l'intervista/1 Teodoro Chiarelli INVIATO A GENOVA Un confronto più disteso con il governo, certo che sì. Tanto da invocare ancora una volta un grande «patto per l'Italia» che coinvolga tutti, imprese, sindacati ed esecutivo. Ma anche la conferma delle preoccupazioni sul raggiungimento degli obiettivi del Recovery fund. A pochi giorni dall'assemblea di Roma, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, tocca tutti i grandi temi economici del Paese, dal rinnovo dei contratti al piano industria 4.0, incalzato dal direttore della Stampa, Massimo Giannini, all'evento "L'alfabeto del futuro" organizzato da Gedi ieri al Salone Nautico di Genova. All'assemblea di Confindustria si è capito che il clima da parte vostra nei confronti del governo è molto mutato, forse perché Conte è uscito rafforzato dalle elezioni. Vuol dire che lei ha capito che era meglio scendere a patti con il premier? «Questo Paese è poco abituato ad avere persone che dicono quello che pensano. Io ho il diritto-dovere di criticare quello che ritengo non vada bene. L'atteggiamento di Confindustria non era così conflittuale come veniva raccontato prima, e non è cambiato oggi. C'è stata un'apertura da parte del governo e noi cerchiamo di essere collaborativi e propositivi come sempre». I maligni dicono, però, che Confindustria avesse scommesso sulla caduta di Conte e su un governo Draghi. «Noi non facciamo scommesse sulla politica e non ci interessiamo di politica, ne stiamo fuori. Facciamo politica economica». Il frontismo confindustriale è servito a stanare il governo? «Non si tratta di stanare nessuno. Noi ragioniamo sui fatti. Il crollo dei consumi, l'abbandono del progetto 4.0, quota 100 che non ha portato nuova occupazione: non c'è stato l'uno a uno, ma semmai una sola entrata ogni due uscite. Abbiamo detto che le politiche attive del lavoro così non avrebbero funzionato e i fatti purtroppo ci stanno dando ragione». Al premier che ha detto «se falliremo sul Recovery fund andremo a casa», lei ha ribattuto: andremo tutti a casa... «Non c'è antagonismo tra me e il presidente del consiglio, sono stati enfatizzati i nostri rapporti dialettici, siamo disposti a collaborare se però c'è una visione di Paese. Se non c'è fiducia le misure di sostegno non si trasformano in economia reale. Infatti i consumi non sono aumentati mentre sono cresciuti i depositi bancari». Ma ora questa fiducia sta migliorando? Che clima c'è nel Paese? «Nella gestione dell'emergenza l'Italia ha portato a casa buoni risultati. Credo però che il clima di fiducia non abbia pervaso imprese e cittadini: tutti alla finestra ad aspettare di vedere che succede. Nei Paesi intorno a noi ci sono dati allarmanti. Lo abbiamo visto con la moda a Milano e lo vediamo con la nautica qui a Genova: i buyer internazionali non si sono visti. Da qui la necessità di essere sempre più interconnessi». Conte ha annunciato la proroga sino a fine anno dello stato di emergenza per il Covid. «L'economia assistita non può durare all'infinito. Era corretto affrontare la parte emergenziale, però bisognava già aver programmato l'uscita. Quella è venuta a mancare. Cosa fare oggi? I dati dicono che se andiamo avanti su questo trend non riprenderemo il pre-Covid prima di 2-3 anni. E in pre-Covid noi eravamo 3 punti di Pil sotto l'ultima crisi del 2008, non in una situazione florida. Possiamo invertire la tendenza solo facendo investimenti. E allora per prima cosa il Mes lo dobbiamo portare a casa. Non è una questione politica. Sono 37 miliardi da investire: portiamo a casa tutte le risorse che la Ue ci mette a disposizione. E dobbiamo stimolare gli investimenti, sia pubblici che privati». E sui 208 miliardi del Recovery fund siamo in ritardo con la messa a terra dei progetti? «Non credo. Mi preoccupa semmai il metodo. Noi facciamo una bella collezione di progetti e li mandiamo in Europa. Bruxelles, invece, ci ha dato quattro grandi aree su cui lavorare. E poi la pubblica amministrazione: se portiamo a casa i miliardi e ci vogliono vent'anni per fare un'opera pubblica, dove andiamo?». Sul concetto di assistenzialismo Bersani ha detto che in Italia vuol dire: soldi che vanno ad altri. Confindustria batte cassa? «Preferisco ricordare il Bersani delle liberalizzazioni. No, non battiamo cassa. Chiediamo cose che vadano bene al Paese, come gli stimoli all'industria 4.0. Servono a far star bene tutti». La convince l'idea di metter mano all'Irpef, con il cuneo fiscale? «Credo che non si possa definire riforma fiscale solo una modifica delle aliquote Irpef. Bisogna rivedere l'impianto della politica fiscale in Italia: è assurda. Si tratta di capire se il fisco è uno strumento per fare cassa per lo Stato o una leva di competitività del Paese. Se lo è, lo devo rivedere nel suo impianto. Quanto alla rimodulazione dell'Irpef, non credo sia quella la strada per creare più potere d'acquisto. Dobbiamo lavorare su altri aspetti». Quali? «Ad esempio diamo il lordo in tasca ai lavoratori, dispensando le aziende dal sostituto d'imposta». Il 1° gennaio scade il blocco, ci sarà un'ondata di licenziamenti? «Non posso immaginare che il 1° gennaio si possa partire con una raffica di licenziamenti. Non è possibile, non reggiamo. Ondate no, mi auguro di no, e nessuno vuole licenziare. È inevitabile, però, che ci sarà una riorganizzazione. Ma serve una riforma degli ammortizzatori sociali seria. Il tema non è più salvaguardare il posto di lavoro, ma è mettere al centro la persona, la sua occupabilità. Dobbiamo garantire alla persona di essere sempre occupata in un mondo che si trasforma. Proprio per prevenire - va benissimo l'intervento in fase emergenziale - ci poniamo il problema di cosa ci sarà dopo. Non possiamo lasciare mezzo milione di persone senza reddito in un momento come questo». I sindacati dicono che lei non vuole chiudere i contratti. «È un'accusa irricevibile. Abbiamo chiuso i contratti della sanità privata, della gomma-plastica e del vetro. Ma ci sono settori che non puoi mettere in crisi con aumenti salariali che non possono reggere». Ma ci sono le condizioni per il grande patto sociale da lei evocato? «Devono esserci. Stiamo vivendo una crisi epocale. Abbiamo tutti - imprese, sindacati, governo - una responsabilità storica». --© RIPRODUZIONE RISERVATA