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L'intervista Alberto Mattioli INVIATO A VERONA «Mi trova lucida? No, non sono lucida, sono piena di rabbia. Il tempo per piangere c'è stato, ora è il tempo della giustizia. Chi ha sbagliato deve pagare. Alice poteva essere qui con me, che almeno la morte di mia figlia serva a qualcosa». La mamma si chiama Elisa Bettini, il papà Simone Carnevali, 36 anni lei e 37 lui, rispettivamente impiegata e magazziniere a Roverbella, il primo paese della provincia di Mantova venendo da Verona. Parla lei per entrambi. Alice era la loro unica figlia, se l'è portata via il Citrobacter dopo una lunga agonia. L'intervista si svolge nell'atrio del padiglione 30 dell'ospedale di Borgo Trento, a Verona, interrotta soltanto da un gelido scambio con una delle caposala che curarono Alice. Elisa non piange né alza mai la voce, è pacata, cortese, fredda e soprattutto determinatissima. Cominciamo dall'inizio. «Alice nasce il 4 marzo alle 23, 12 a Peschiera del Garda, dopo trenta settimane e due giorni di gestazione. Prematura dunque, perché la normalità sono trentotto o quaranta settimane. Dall'ospedale di Peschiera chiamano quello di Verona e da qui la vengono a prendere con l'incubatrice. All'una è in Terapia intensiva neonatale, le fanno il tampone per il Covid che è negativo, tutti gli esami, sta bene anche se viene intubata per precauzione. Pesa due chili, che non è poco, perché qui arrivano anche dei neonati di meno di cinquecento grammi. State tranquilli, ci dicono, fra poco la portate a casa. Io vengo ricoverata per tre o quattro giorni, è la prassi per le mamme dei prematuri, mentre mi dicono che per mia figlia ci vorrà un mesetto, durante il quale torno qui a vederla, tutti i giorni». Insomma, tutto normale. «Fino al 22 marzo, quando mi dicono che Alice ha la febbre, meningite da Citrobacter. Chiedo se ci sono o ci sono stati altri casi, mi rispondono di no. Parlando con le altre mamme, scopro che non è vero, e che di casi ce ne sono almeno cinque, Alice compresa, e che se ne verificano almeno dal dicembre precedente. Ci dimettono il 22 maggio. Il 12 giugno, Francesca (Frezza, la madre che ha fatto scoppiare lo scandalo, ndr) denuncia la situazione all'Arena, il giornale di Verona. Ci troviamo con lei e con altre mamme, contiamo i casi di cui siamo a conoscenza, in totale sono una trentina, mentre qui continuano a parlare di dieci o dodici. Adesso veniamo a sapere che sono 96». E Alice? «Alice sta sempre peggio, ha crisi epilettiche, la testa gonfia. Noi giriamo tutti i reparti, viviamo dentro e fuori dagli ospedali. Andiamo anche al Meyer di Firenze, dove il 19 giugno ci spiegano che non ci sono più speranze. A Verona non ce l'aveva detto nessuno, a parte Francesca. Alice è morta il 16 agosto». E adesso lei accusa. «Abbiamo presentato un esposto in procura. Perché l'hanno portata qui, se nel reparto c'era già il batterio? Perché hanno negato quando ho chiesto se c'erano altri casi? Accusano l'acqua, ma poiché io avevo poco latte Alice veniva alimentata con latte liquido artificiale, e veniva lavata con acqua sterile. O sono i sanitari, che si lavavano le mani con acqua contaminata e poi toccavano i bambini senza guanti? Io voglio sapere chi ha sbagliato». I tempi della giustizia sono lunghi. «A me manca una figlia, ho tutto il tempo del mondo. Posso aspettare anni, ma voglio che i responsabili paghino. Non tollero che neghino l'evidenza». Non pensa che sarà aggiungere dolore a dolore? «Lei lo sa, come un neonato muore di Citrobacter? Il batterio gli mangia il cervello, il cranio si riempie d'acqua e inizia a dilatarsi. Quando è morta, la testa di Alice era larga 45 centimetri, un'enormità. Se faccio tutto questo, è perché io non voglio che succeda a un altro bambino». -© RIPRODUZIONE RISERVATA