Serena, quel cognome di tutta la famiglia e la suggestione del don sui mammiferi marini
Il calendario di Frate Indovino era appeso al muro della cucina ancora con la copertina intonsa, anche se il primo mese dell'anno 1961 era già arrivato a Pont da qualche settimana. Una famiglia con tre figli da crescere e un negozio di scarpe da mandare avanti e che non girava proprio al massimo, aveva tante altre cose a cui pensare prima di guardare di sistemare i giorni nel modo e nel verso giusto. Il 1961 era un anno particolare perché, anche girando quei quattro numeri al contrario, veniva sempre lo stesso numero e per avere un altro anno così avremmo dovuto aspettare il 2002. Quel bel frate ciccione con la barba bianca e il cappuccio sulla testa indicava un telescopio puntato sulla Terra per scoprire cosa sarebbe successo in quell'anno e alle sue spalle c'era un bel quadro astrologico con tutti i 12 segni dello zodiaco.Si capiva così che non gli bastava la Scienza Ufficiale per le sue previsioni, ma aveva anche bisogno dei segni astrologici del Cancro, dei Pesci o dello Scorpione e di tutti gli altri, Gemelli compreso, che era il mio segno da quando ero nato, anche se non avevo mai avuto un gemello, ma solo due fratelli, uno più grande del Capricorno e quello di mezzo della Bilancia. Una persona che usava la Scienza e l'Astrologia insieme per scoprire il futuro però non era proprio il massimo degli indovini e forse questo "frate" fosse solo un furbastro, che di veggenza ne capiva ben poco e usava questo sistema per far acquistare il calendario sia a chi credeva in una cosa e chi in un'altra.Per essere più diplomatico e per sembrare il più buono di tutti aveva anche messo in bella mostra la frase "Son tutte belle le mamme del mondo", rubacchiando il titolo della famosa canzone di quel cantante, Gino Latilla, che anni prima aveva vinto il festival di Sanremo.Con questa ennesima furbata faceva così il pieno di consenso popolare, perché sia le persone razionali che quelle un po' meno, davanti alle lodi della mamma non facevano obiezioni. Quell'almanacco "fratesco" era stato il mio regalo di Natale per mamma Albina, merito dei miei insegnanti salesiani che avevano stabilito di fare un dono per quella festività a chi ci aveva fatto arrivare sulla Terra e che sarebbe bastato anche un calendario, tipo quello di Frate Indovino.Non si doveva nemmeno andare in cartoleria, perché occasionalmente questi calendari erano in vendita anche nell'Istituto che frequentavamo e poi valeva sempre la pena ascoltare i consigli dei nostri preti insegnanti, visto che erano proprietari anche delle nostre pagelle.Così l'ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze natalizie, dalla mia classe della seconda media uscirono 27 ragazzi con le loro cartelle, piene di libri e di quaderni e anche 27 calendari di Frate Indovino piegati ben bene e ognuno con un foglietto con la scritta "Buon Natale cara mamma".La mia mamma Albina, di cognome era Serena anche prima di sposarsi come il suo sposo, che poi alla fine sarebbe il papà dei miei fratelli e anche il mio e quindi eravamo una famiglia tutta Serena.Questa storia dei due cognomi uguali era stata difficile da digerire da alcune maestre già dalla prima elementare in poi perché quando nei primi giorni di scuola venivano chiesti i nomi e i cognomi dei genitori io rispondevo sempre Alessandro Serena e di seguito l'altro, Albina Serena.Puntualmente la maestra mi faceva notare che dovevo dire il cognome della mamma da nubile e non quella da sposata, ma davanti alla mia insistenza, dopo un po' capiva l'enigma.Il nonno materno si chiamava per forza Giovanni Serena, figlio a sua volta di un Giovan Domenico Serena, che aveva sposato però un'altra Serena, la mia bisnonna Teresa, insomma una vera e propria moltitudine con questo cognome, che in realtà non ci aveva portato tanta serenità.Alle scuole elementari un compagno, Bruno Truffa, mi canzonava apostrofandomi "Serena balena" e non capivo il collegamento con questo mammifero che viveva nell'acqua e poi fisicamente ero sempre stato un mingherlino, altro che una balena, ma forse era solo per la rima che mi aveva dato quell'appellativo.Don Devio Dezzutti, il mio insegnante di geografia e di Scienze Naturali della scuola media Giusto Morgando di Cuorgnè, che ne sapeva una più del Diavolo, mi aveva fatto notare che il mio cognome poteva invece derivare dalla Sirena. Infatti esisteva un ordine di mammiferi acquatici ed erbivori, che vivevano in ambienti marini costieri o in acque dolci della zona tropicale e che si chiamavano Sirenii, detti anche dugonghi.Erano anche dei lontani parenti, tipo cugino di quinto grado, delle balene e magari quel "Serena balena" forse dava ragione a quel compagno di classe, molto ben fornito di carne ed ossa e che, colto e ben istruito dalle Enciclopedie, che sicuramente aveva in casa, doveva essere al corrente di questa parentela.Tra l'altro, questo mammifero, il dugongo presentava una coda biforcuta proprio come quella scultura della "sirena a coda biforcuta" che si trovava nella chiesa della Madonna del Boschetto di Salassa, il paese dei miei antenati, e che si diceva fosse l'emblema dei Serena nel mondo.A questo punto era meglio che questa storia dei dugonghi restasse tra me e don Devio, perché se fosse saltata fuori andava a finire che qualcuno dei compagni di scuola mi avrebbe magari chiamato "Serena dugonghi" e la cosa non mi avrebbe certo fatto piacere, perché non suonava per niente bene, peggio ancora della balena. Visto che non c'era mai limite al peggio, magari altre malelingue avrebbero modificato la parola "dugonghi" con quella più conosciuta " bagonghi", che significava pagliaccio e nano del circo, e questo soprannome sarebbe stato peggio di tutti i mammiferi del mondo, anche i più strani. Decisamente meglio era invece quella frase che mi disse un giorno il professore di lingua Italiana, un saggio e bravo prete, almeno quando non era in classe, "Se non sarà serena si rasserenerà". Con quella frase si estinguevano nei pensieri di un tredicenne ansioso tutti quei mammiferi strani, dalle balene ai dugonghi e per finire ai bagonghi, che in quei giorni mi avevano rovinato la vita. --ALBERTO SERENA