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Francesco MargioccoAmiamo il cellulare più del portafogli. Senza il primo, non usciamo. Il secondo, ci capita di lasciarlo a casa. Poco male, perché volendo il telefono è anche un portafogli. L'ultimo rapporto dell'Osservatorio innovative payments del Politecnico di Milano dice che in Italia, nel 2019, chi ha saldato il conto con lo smartphone in un esercizio commerciale (mobile payment, la nuova generazione dei pagamenti senza contanti), ha creato un traffico di 1,83 miliardi di euro, in crescita del 244% sul 2018. Nel mobile payment, ci sono due grandi famiglie. Una fa capo alla tecnologia Nfc, Near-field communication. I telefonini più recenti, con antenna Nfc, trasmettono il segnale per il pagamento quando li avviciniamo al lettore Pos del negozio. Il servizio si appoggia sulle carte di credito e sulle loro regole. Per il cliente, è gratis. Per il commerciante, la commissione da pagare ogni volta è del 3-4% circa sull'importo incassato. Le carte di credito cui appoggiarsi non sono tutte, ma quelle emesse dalle banche che hanno stretto accordi con i fornitori, come Google, Samsung, o Apple. Contro quest'ultima, la Commissione europea ha aperto settimana scorsa un'indagine: sospetta che usi la sua posizione dominante nei settori della musica e del mobile payment per ostacolare, sui suoi dispositivi, i concorrenti. L'azienda ha definito i sospetti «infondati». L'altra famiglia usa il sistema account-to-account: applicazioni, collegate a un conto virtuale ricaricabile con bonifico o carta, che fanno transazioni da e verso applicazioni uguali. L'installazione è meno rapida, l'app va scaricata, abbinata al conto corrente, ma i costi sono minori. Per il cliente, sempre zero. Per il commerciante non c'è Pos, basta l'app, e le commissioni sono basse, fisse e non sui piccoli incassi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA