Silvia libera: 72 ore tra minacce e insulti La destra estremista sotto la lente dei pm

Monica Serra / milanoHa detto che «è serena». Che tutte quelle minacce, quella pioggia di insulti sui social non le fanno paura. Non teme che qualcuno voglia davvero farle del male. In un'auto dei carabinieri, Silvia Romano e la mamma, Francesca Fumagalli, sono arrivate alla caserma di via Lamarmora poco prima delle quattro del pomeriggio. Sulla tuta blu, una gonna nera a fiori. Attorno al capo, una pashmina coloratissima, a righe fucsia, rosse e dorate. Le due donne sono scivolate fuori dal palazzo al Casoretto, quartiere multietnico della periferia nord est di Milano, senza farsi notare da giornalisti e curiosi. E sono state ascoltate per un'ora nella sala riunioni al primo piano della caserma, davanti all'ufficio del comandante del Ros, Andrea Leo. Un'inchiesta per minacce aggravate contro ignoti è stata aperta dal pm Alberto Nobili, capo del pool antiterrorismo della procura milanese, per capire se dietro a quegli insulti, ai «Devi morire», «Devi fare la fine dei terroristi», agli «Impiccatela», ci sia un pericolo concreto per la sua persona. E il magistrato prima ha ascoltato la cooperante 25enne liberata quattro giorni fa in Somalia, dopo diciotto mesi di prigionia. Poi la mamma, Francesca Fumagalli, che ha spiegato che, per quanto possibile, con l'aiuto di tutta la famiglia «sta provando a proteggere» la ragazza, «a tenerla lontana dai social e dal web». E per questo motivo avrebbe provato anche a «chiudere» il profilo Facebook di Silvia, che resta comunque ancora visibile, anche se la sua privacy è stata fortemente ristretta. Non hanno ricevuto lettere minatorie, anche se qualcuna sta circolando, oltre a un volantino già sequestrato dai carabinieri del Ros. Un pezzo di carta appeso alla vetrata di un'edicola vicino a casa di Silvia, che critica «le ingerenze politiche delle Ong che mettono a rischio i nostri pur lodevoli connazionali: buonismo, perbenismo e politicamente corretto non equivalgono a "solidarietà". Tutt'altro». Le accuse a Silvia, sui social, arrivano da ogni parte. Ci sono decine di politici, giornalisti, carabinieri, poliziotti e anche qualche magistrato che hanno scritto contro di lei. C'è pure Vittorio Sgarbi, secondo il quale la 25enne «va arrestata» per «concorso esterno in associazione terroristica». E Nico Basso, un consigliere comunale di Asolo, a Treviso, capogruppo della civica «Verso il futuro», ed ex assessore leghista che, sotto la foto della giovane, ha scritto «impiccatela», per poi cancellare un post, su cui, in pochi minuti, si sono moltiplicati commenti violenti e carichi di odio. Ci sono messaggi che si limitano all'opinione. Altri con accuse ben precise. Molti provengono da ambienti xenofobi e razzisti, vicini a Forza Nuova e all'estrema destra, ma anche al mondo ultras. Non sono solo profili fake, ma tanti uomini e donne con nome e cognome. Criticano la scelta di Silvia di collaborare con un'associazione in Kenya «mentre in Italia c'è tanta gente che ha bisogno di aiuto e muore di fame». La scelta del governo di pagare un riscatto per liberarla «finanziando così i terroristi», la sua presunta conversione all'Islam. La famiglia intera ora «chiede pace». A partire dalla ragazza che «finalmente libera», vuole solo del «tempo per sé stessa», per «riprendersi», per pensare, «riannodare i fili degli ultimi due anni». Non sa cosa farà dopo, ma ora vuole restare «vicina ai suoi affetti» più cari, godersi quella famiglia da cui è stata tenuta lontana per troppo tempo. Sono queste le parole di Silvia che filtrano per bocca dei parenti e degli amici della famiglia. E non sono distanti dalle richieste che, da giorni, ripete la sua mamma Francesca. «Come vuole che stia Silvia? Provate a mandare un vostro parente là due anni e vediamo se non torna convertito. Usate il cervello», ha detto alle tre del pomeriggio, tornando a casa, dopo aver portato il cane al parco. Segno di una normalità che la famiglia provata da questi giorni di grandi emozioni sta provando a ritrovare. «Vogliamo stare in pace, abbiamo bisogno di pace. Cerchiamo di dimenticare, di chiudere un capitolo e aprirne un altro». Poco prima il papà di Silvia, Enzo, era passato da casa con un pacchettino a farle un saluto. E per tutta la giornata, la famiglia ha ricevuto qualche visita di conoscenti e amici che volevano solo donarle dei fiori. Un mazzetto giallo è ancora sul portone di vetro del palazzo. Attorno è pieno di messaggi colorati di benvenuto per lei. --© RIPRODUZIONE RISERVATA