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L'INTERVISTAGigi Garanzini / BERGAMO«Meno di un mese fa mi chiamavano da ogni parte del mondo per parlare dell'Atalanta. Ora mi cercano amici e conoscenti, da Argentina, Ungheria, dalla Russia per sapere se son vivo. E come riusciamo a tirare avanti». Ottavio Bianchi, anni 76, bresciano d'origine e bergamasco d'adozione. Una bella carriera calcistica, una anche migliore da tecnico culminata nel primo scudetto del Napoli. Un duro. Un uomo che non ha mai fatto sconti, nemmeno a sé stesso. Piegato dallo strazio di un territorio e di un popolo scopertisi d'improvviso nell'epicentro di una tragedia che ha tutta l'aria della punizione biblica. Perché?«Me lo domando ogni notte, guardando il soffitto per inseguire il sonno che non arriva. Sono qui da solo, a Bergamo Alta, ho dovuto rinunciare alla signora che dava una mano in casa. Non posso vedere i ragazzi, mi lasciano da mangiare e qualcosa da leggere sul pianerottolo, e ho sempre davanti agli occhi le immagini delle bare sui camion militari. Non ero uno da pianti, adesso le lacrime arrivano a tradimento. Mi chiedo perché proprio Bergamo, e Brescia, e la Lombardia, perché migliaia di morti che se ne vanno da soli, senza il conforto di una mano, di uno sguardo. So cosa significa essere in rianimazione, intubato, mi è successo qualche anno fa di essere appeso a un filo. E mi sembravano eroi già allora quelli che mi assistevano 24 ore su 24, oggi lo sono per tutti, ma intanto li hanno mandati in guerra disarmati e quanti ne muoiono a loro volta per salvare gli altri. Poi senti i parolai, abbiamo ordinato questo, abbiamo ordinato quest'altro, anch'io ordinavo di vincere quella partita ma erano per l'appunto parole. Un giorno qualche risposta ce la dovranno pur dare, i parolai, quelli che hanno tagliato la sanità pubblica per cominciare. E la dovranno innanzitutto a questi eroi che rischiano la vita sino allo stremo delle forze».E c'è ancora gente, in un momento come questo, che chiama eroi e supereroi i campioni del pallone. A me dava fastidio anche prima, adesso è oltre l'osceno.«Non mi costringere al turpiloquio, non è il momento. Non mi verrebbe nemmeno. Pensa che qui hanno spento le sirene per togliere ansia, o forse per non accentuare l'angoscia. Ma quando la mattina spalanco la finestra guardo giù e continuo a non vedere nessuno, a non sentire un rumore e non mi servono né radio né televisione per capire che la tragedia continua. Non riesco a sentire i tg, magari li guardo perché lo schermo è rimasto acceso, ma l'audio lo alzo solo se parlano gli scienziati. I Garattini, i Remuzzi. Quelli sì vanno ascoltati. E Papa Francesco, che sa trovare le parole migliori per il conforto di cui abbiam bisogno oggi e insieme per alzare lo sguardo verso quello che ci toccherà domani».Ha senso adesso parlar di calcio? Di calendari, di allenamenti da riprendere? È un caso che gli sport cosiddetti minori abbiano abbassato la serranda senza fare storie, e solo il calcio business stia disperatamente cercando di tenerla alzata?«Non ha senso no. Sono chiacchiere di alieni, mentre negli ospedali e nelle strutture per anziani sono costretti a lasciar morire la gente che non possono curare. Conosco il mondo del calcio da quando avevo 13 anni, ma in un momento come questo riesce ad andare oltre l'immaginazione».Nemmeno quel po' di filosofia napoletana, imparata in gioventù da calciatore e poi da allenatore, riesce a fare un po' da filtro?«Mi sforzo di ripetermi il grande classico, Adda passà 'a nuttata. Mi è tornato in mente anche il San Gennà, futtitenne, di quando lo declassarono. Ma nemmeno così riesco a sorridere. Più facile mi scappi un'altra lacrima, pensando ai tempi belli».Lascia provare me, per un sorriso. So che uscirà da Baldini+Castoldi, quando finalmente riapriranno le librerie, la tua biografia: scritta da tua figlia Camilla, giornalista all'Eco di Bergamo.«Il sorriso me lo strappi per Camilla. Poi penso che la prefazione l'ha scritta Gianni Mura. Che il titolo, Sopra il vulcano, l'ha suggerito lui, e mi torna il magone. Oltre a tutto il resto, sono anch'io un senzamura».Ultimo tentativo. Il giorno dopo la liberazione, se avremo portato a casa la pelle, ti metti in macchina un paio di amici fidati e vieni alla scoperta delle Langhe.«Sarebbe il modo migliore di cominciare il dopoguerra». --© RIPRODUZIONE RISERVATA