Carnevale e Olivetti Le pietre d'angolo dalle quali ripartire
Olivetti e carnevale: il più tradizionale dei binomi eporediesi; due delle pietre d'angolo su cui poggia il senso di identità di molti di noi. L'unicità dell'esperimento industriale e sociale degli Olivetti ha portato nel mondo il nome di questa cittadina di provincia. Similmente, il carnevale, con le sue tradizioni stratificatesi nei secoli, incanta ogni anno migliaia di visitatori dal mondo. Queste due realtà mi hanno plasmato in modi che è difficile descrivere a chi non ne ha fatto esperienza diretta. E pensare che, da under 30 quale sono, ho potuto soltanto assaporare gli ultimissimi strascichi della gloriosa Olivetti. Eppure, i racconti dei tanti olivettiani che hanno costellato la mia crescita mi hanno trasmesso una forte passione per le vicende dell'azienda, la cui storia si è intrecciata con quella familiare, da quando, dai due capi della penisola - Veneto e Calabria - i miei avi si trasferirono in Canavese per lavorare alla Olivetti, così come la parte piemontese della famiglia. Crescere in quest'humus permeato dal welfare illuminato ha profondamente formato la mia visione del mondo: ha innescato in me un interesse per come la cultura sia capace di trasformare non solo gli spazi, ma anche di elevare gli animi e di ampliare gli orizzonti di un territorio. E non da meno il carnevale, che con i suoi valori di liberazione, emancipazione e comunione è capace di rinsaldare ogni anno il senso di coesione di un territorio. È tuttavia sotto gli occhi di tutti come da molti anni il "sistema Ivrea" viva tempi difficili. Non sto ad addentrarmi nelle vicissitudini che hanno portato un centro industriale d'eccellenza a perdere buona parte della sua attrattività. Sta di fatto che gli effetti di questa transizione affliggono la capacità di questo territorio di fare squadra e di guardare al futuro. Tale difficoltà si avverte passeggiando nella core zone insignita del riconoscimento Unesco. Nonostante i coraggiosi sforzi di valorizzazione di alcuni soggetti privati, un senso di smarrimento permea l'area. Drammatica è la descrizione del giornalista del New York Times Nikil Saval che ha offerto al mondo un resoconto impietoso e realistico dello status quo. Eppure, tutto ciò che riguarda Olivetti sta sortendo un rinnovato interesse, in Italia e all'estero. È triste, però, constatare come Ivrea non sia oggi il centro propulsore di questa "Olivetti mania", ma solo una quinta di scena un po' sbiadita i cui pezzi migliori finiscono all'asta. Non credo fosse questo l'intento che spinse i delegati Unesco a riconoscere nelle architetture olivettiane un valore. Tornando alle cose carnascialesche, le cronache degli ultimi giorni - sul cui merito faranno luce le autorità competenti - non contribuiscono certo a "sprovincializzare" la nostra festa. Due fenomeni - diversissimi - ma forse entrambi figli di un impaludamento collettivo, che va di pari passo con un esercizio della leadership territoriale spesso poco coordinato, e dunque poco incisiva. E allora ecco che in questa fase di smarrimento e di rinnovamento tutti quei cittadini che hanno a cuore le sorti di questa comunità possono fare la loro parte, contribuire a ripensare dove vogliamo arrivare e come farlo. Magari Ivrea potrà ancora offrire qualcosa di generativo a un Paese che si sta avvitando su egoismi, pulsioni di pancia e indifferenza? --Stefano Zordan(Agenzia per lo sviluppo del Canavese)