Uccise il compagno Assolta dal giudice «Fu legittima difesa»
Rita ColaFORNO CANAVESE. La prima parola che ha mormorato è stata "grazie". Silvia Rossetto, 48 anni, è stata assolta dall'accusa di omicidio volontario, per avere ucciso il compagno con una coltellata, la sera del 2 settembre di due anni fa. Il pubblico ministero Enzo Bucarelli aveva chiesto una condanna a nove anni e quattro mesi di reclusione. Il giudice per l'udienza preliminare, Stefano Vitelli, davanti al quale è stato celebrato il processo con rito abbreviato, ha assolto Silvia Rossetto, difesa dall'avvocato Sergio Bersano, perché «il fatto non costituisce reato». Il giudice ha riconosciuto il principio di legittima difesa. Nella serata di lunedì, Silvia Rossetto è uscita dal carcere. Era detenuta dalla sera del delitto nonostante una perizia sottolineasse che, al momento dell'omicidio, era seminferma di mente con un grave disturbo di personalità definita di assetto misto border-line e istrionico.Rossetto aveva colpito con un coltello da cucina il compagno Giuseppe Marcon, 65 anni, nella casa di Nichelino, in via Juvarra 56, al culmine di un'aggressione. Lui l'aveva afferrata al collo e la minacciava con un coltello, lei afferrò un coltello e lo colpì, uccidendolo. Il processo è stato lungo e complesso, con il confronto serrato tra consulenti della procura e di parte e perizie disposte dal giudice. Silvia Rossetto aveva confessato subito il delitto spiegando cosa era accaduto nell'appartamento di Nichelino, sottolineando che aveva impugnato il coltello per difendersi dall'ennesima aggressione. Nell'appartamento del delitto, infatti, erano stati ritrovati due coltelli. E i periti del giudice hanno nella sostanza analizzato gli elementi che hanno reso credibile il racconto della donna sul delitto, maturato in un contesto difficile, tra liti e maltrattamenti. Nel processo era emerso anche un diario di Rossetto, ritrovato nell'appartamento al piano inferiore a quello dove è avvenuto l'omicidio e dove la donna aveva lavorato come badante. Il diario era stato consegnato al giudice dall'avvocata Maria Rosa D'Ursi, che rappresentava il figlio di Marcon, costituito parte civile. Nel diario, il racconto dei propri problemi. E che il delitto sia maturato in una quotidianità difficile è emerso anche dalla ricostruzione della vita di Rossetto in aula. In carico ai servizi del centro di salute mentale, erano stati gli stessi operatori a informare la procura in seguito al racconto della donna sulle aggressioni in casa dopo che si era presentata a una visita con lividi evidenti. Riassume ore di dibattito in aula l'avvocato Bersano: «È stato un processo esemplarmente condotto dal giudice che su istanza della difesa ha disposto le perizie medico-legali, sulla blood pattern analysis, l'analisi delle tracce ematiche e la perizia psichiatrica. I periti del giudice Gabriele Rocca (psichiatra), Carlo Robino (medico-legale, genetista) e l'ispettore Gabriele Rotter (esperto di analisi delle tracce di sangue) han riscontrato come compatibile la versione della legittima difesa fornita immediatamente dopo il fatto dalla mia assistita Rossetto». Bersano osserva come le conclusioni dei periti del giudice si siano sovrapposte a quelle dei consulenti della difesa Roberto Gianni (psichiatra), Nicola Caprioli (esperto di tracce ematiche) e Luca Vallega che avevano evidenziato una serie di osservazioni alle relazioni depositate dal consulente del pubblico ministero Roberto Testi. «La mia assistita - conclude Bersano - riacquisita la libertà proseguirà e se necessario intensificherà le cure prescritte da servizi sanitari di Nichelino così da non essere più in futuro un soggetto debole in una relazione». --