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l'intervistaFrancesca SforzaHa la testa e la passione di un navigatore, Andrea Illy, presidente di Altagamma e di Illycaffe, che ieri ha lanciato la proposta di costruire - a partire dai territori - un piano per il Paese che ne rilanci la competitività. E in un momento difficile per realtà industriali come Ilva e Alitalia avverte sui rischi di adottare «la rotta del cane», dove «a forza di andare di qua e di là, con un andamento ondivago, spesso si finisce per tornare al punto di partenza».Andrea Illy, pensa che la crisi Ilva e lo stallo Alitalia siano segnali di un problema industriale italiano più grande?«È evidente che l'Italia ha perso competitività sull'industria manifatturiera, dove il vantaggio si conquista con l'efficienza e con i costi, paesi con costi più competitivi ci battono, del resto il manifatturiero è figlio della ricostruzione, delle risorse del piano Marshall. Al Mise ci sono circa 170 casi di sconfitte industriali, la nostra ricchezza oggi non è l'Ilva né Alitalia, che sono industrie del passato, e anzi non vorrei che queste crisi venissero lette come il termometro dello Stato di salute dell'industria italiana che invece sta molto meglio di così». Dove bisogna guardare per essere più ottimisti dunque?«Rimaniamo un grande leader industriale, e la strategia che costituisce un opportunità è quella di riposizionarci su una fascia di mercato a più alto valore aggiunto. Noi siamo i campioni mondiali dell'industria del bello, in particolare la creatività, l'alta gamma, tutti settori dove i prodotti hanno una grande potenza simbolica. Quest'offerta simbolica è una locomotiva delle esportazioni, è la parte di industria che va bene, che continua a investire e a esportare, che ha salvato il paese».Al tempo stesso sarà d'accordo che Ilva deve essere salvaguardata... qual è secondo lei l'ostacolo maggiore?«Malgrado le prospettive sovraniste cerchino di promuovere forme di de-globalizzazione, l'economia in cui viviamo è globalizzata, così come i mercati. Il destino economico di un paese dipende dunque dagli investimenti stranieri, c'è una correlazione lineare tra investimenti stranieri e competitività, e l'Italia ha una tradizionale ritrosia all'apertura agli stranieri. Per industrie dove abbiamo perso competitività come Ilva e Alitalia, non possono essere che i gruppi stranieri a offrire un consolidamento, ed è evidente che se abbiamo bisogno di loro dobbiamo creare un clima di fiducia, la certezza del diritto è fondamentale. Chi investe con la paura di avere perdite, o di subire condanne e multe?»Quanto conta il ruolo dei sindacati in una prospettiva di imprenditoria globale?«I sindacati sono degli stake holder molto importanti, e non bisogna dimenticare che se il primo degli stakehodler è il cliente, subito dopo ci sono i lavoratori, senza i quali non si può assicurare la salute di un'impresa».Veniamo ad Alitalia, la storia infinita di un salvataggio sempre più difficile. È lo Stato che non ha forza o gli imprenditori che mancano di coraggio?«Alitalia è un tipico caso di provincialismo, dove non si è voluto consolidare un operatore che non può avere massa critica sulle tratte internazionali. Si è preferito fare in casa è così non si è mai raggiunta la sostenibilità economica. Finché non ci sarà un buon accordo per gli investitori, che ci troveranno utili, nessuna soluzione sarà possibile. La redditività è essenziale». Cosa manca secondo lei alla grande industria italiana, e qual è il senso del piano di rilancio a cui ha pensato? «Quello che manca al paese è una rotta, una visione. Nelle attuali condizioni congiunturali non si può andare avanti senza un piano pluriennale. E siccome il settore pubblico non potrà mai farlo a causa di un'instabilità politica e di una litigiosità che non lo consentono, credo che le proposte debbano partire dal settore privato, per poi influenzare la politica e allargarsi al confronto sociale. Perché aspettare la politica se possiamo prendere l'iniziativa come privati?»Come mai ha deciso di proporre il suo piano proprio ai sindaci? «L'ho proposto all'Anci perché l'Italia, come dicono molti economisti internazionali, ha un modello calato nel territorio, a differenza dei modelli top down, dall'alto verso il basso. Sono convinto che dai sindaci possa partire un'iniziativa dal territorio in modo bipartisan. Penso ci possa essere non solo uno, ma molti massimi comuni multipli su cui creare convergenza, prosperità e riduzione del debito pubblico». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI