L'Italia prova a uscire dal deserto E subito c'è la carta della Dossena
dall'inviataGiulia Zoncadoha. Per l'Italia dell'atletica il deserto può essere il posto ideale, da lì arriva: da anni passati a inseguire terre promesse, a sostare in oasi effimere, a prendere abbagli, a illudersi di aver completato la traversata per poi trovarsi nella sabbia. Un solo bronzo nella marcia nel 2017, zero medaglie e zero soddisfazioni nel 2015, un argento entusiasmante nella maratona e poi il niente nel 2013. In mezzo Olimpiadi ostiche. La sete di successi è ormai arsura vera e gli azzurri sanno che questo è il momento di emergere. Doha, che proprio al deserto ha strappato una città in verticale, deve essere il punto di svolta, il Mondiale in cui realizzare risultati tangibili: finali importanti, podi, pure se complicati, per non restare con la gola troppo secca e presentarsi a Tokyo più stabili. Gli addetti ai lavori la chiamano «macrostagione» perché questo appuntamento tardivo, spostato a fine settembre per fingere di poter scansare il caldo, si unisce direttamente alla programmazione per i Giochi e la squadra sente una precisa responsabilità. Il movimento ha il potenziale per trainare e in questo periodo persino l'attenzione delle istituzioni: il presidente della Repubblica al Golden Gala, a giugno, e il neo ministro dello sport in Qatar in visita alla nazionale. C'è la corsa a stringergli la mano: nell'esordio sul campo, al gp di Monza, la Ferrari ha piazzato la doppietta. Qui, come ironizza il dt La Torre, «trova un altro circuito, gare che ricorderanno la F1 con strade illuminate a giorno, solo che i motori sono altri». Cavalli sprigionati da muscoli che dovranno correre e marciare di notte e non si parte troppo sereni: nella prima gara che oggi assegna una medaglia, la maratona, Sara Dossena deve gestire un fastidio al piede. Gli allenamenti la davano in grande condizione, però niente alibi, qui nessuno li cerca, neanche negli impossibili 100 dove schieriamo Tortu e Jacobs: «Se diamo il meglio del meglio entrambi magari un posto negli 8 esce». Una corsia per due, sarebbe già da sogno soprattutto dopo una stagione in cui l'uomo più veloce d'Italia ha perso settimane di preparazione per un brutto infortunio: «Rimediato da stupido. Nello sprint di Stanford ho avvertito un dolore e non mi sono fermato, era una contrattura e l'ho trasformata in un guaio. Fragile? Se lo dicono sarà vero, a me basta vincere». Qui è impossibile, ma per lui vincere vuol dire andare veloce e visto che il personale è di 9'99 è lecito credere anche alle favole. Si arriva da una stagione brillante, con il primato nazionale di Re sui 400 metri e anche su questa distanza il mondo viaggia a un altro ritmo ma un italiano che sgomita per stare tra i migliori non è un'abitudine. Tutto difficile, solo che stavolta non si dice. Il gran capo La Torre ha lavorato sulla convinzione e sul gruppo, in uno sport individuale magari non serve però in una disciplina dove il nostro Paese latita può aiutare: «Dall'io siamo passati al noi, inedito per l'atletica. Vedremo, la nostra statura si misura qui». Per uscire dal deserto bisogna affrontarlo. Davvero. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI