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IL PROTAGONISTAFrancesca SchianchiL'abito è sempre quello di sartoria, impeccabile. La cravatta blu, la pochette bianca a tre punte. Anche il ciuffo scuro, e il tono professorale da presidente di commissione di laurea, sono quelli che già conosciamo. Alla sua seconda volta al Quirinale, Giuseppe Conte si presenta apparentemente uguale a sé stesso, al professore di diritto privato che, con l'emozione tradita da qualche leggero inciampo nella voce, debuttava quindici mesi fa nel Palazzo sacro della democrazia. È quando apre bocca, quando annuncia di aver accettato l'incarico con riserva dalle mani del capo dello Stato, che si capisce che no, non è più lo stesso: cambiata la postura, mutate le parole d'ordine. A cominciare dal fatto che l'«avvocato difensore del popolo italiano» non è più tale: il premier autodefinitosi in passato orgogliosamente populista - «nella misura in cui sono consapevole della frattura tra élites politiche e società civile, e stiamo agendo per recuperarla» - nel discorso di ieri ha espunto l'abusata, generica parola «popolo». In occasione del primo discorso che deve tracciare la rotta del governo giallorosso, il popolo diventa «i cittadini», citati in vari passaggi.Per loro, garantisce, nasce questo inatteso patto tra Pd e M5S: messo in soffitta il «governo del cambiamento» di grillo-leghista memoria, quello che sta per nascere è il «governo nel segno della novità». Non lo definisce «di svolta» o «di discontinuità», come lo ha battezzato il segretario del Pd Nicola Zingaretti, ma insiste sul concetto di nuovo - «una nuova esperienza di governo», «un nuovo progetto politico», «una nuova stagione» -, nel tentativo di dare l'idea di un mutamento, un capitolo da aprire: la faccia è la stessa ma la fase è un'altra. Un governo che, ci tiene a sottolineare, «non sarà contro, sarà per il bene dei cittadini»: una risposta neanche troppo indiretta a Matteo Salvini che evoca il complotto contro di lui. Nel maggio del 2018 il premier appena incaricato ammetteva candidamente che il programma era «basato su intese intercorse tra le forze politiche di maggioranza», il famoso contratto di governo che avrebbe dovuto smussare ogni asperità fra Lega e Movimento: per quanto avesse sottolineato di aver contribuito pure lui, l'impressione era quella del notaio senza possibilità di intervento sulle scelte dei due contraenti. Un anno e tre mesi dopo, un Conte più assertivo, che tenta di mostrarsi terzo nonostante l'insistenza del Pd nell'individuarlo come esponente dei Cinque stelle, annuncia «un'ampia stagione riformatrice, di rilancio e speranza» elencando temi e priorità. Istruzione di qualità e aperta a tutti, ricerca all'avanguardia, tutela dell'ambiente, beni comuni, rimozione di tutte le disuguaglianze: si direbbe un programma di centrosinistra. Tra i punti che snocciola davanti ai giornalisti nei suoi circa nove minuti di intervento c'è anche il proposito di creare un Paese «che non lasci che le proprie energie giovanili si disperdano fuori dei confini nazionali»: il giorno prima, dallo stesso palchetto allestito al Quirinale, Zingaretti parlava proprio di un governo capace di dare risposta ai «tanti diplomati e laureati che non siamo riusciti a trattenere». E se con Salvini come vice il refrain era flat tax e abbassamento delle tasse, ora il proposito di Conte è più articolato: «Le tasse le paghino tutti, ma proprio tutti, ma le paghino meno».E poi c'è l'Europa: un anno fa, l'avvocato al battesimo da premier doveva rassicurare sulla volontà dell'esperimento populista di «confermare la collocazione internazionale ed europea dell'Italia». Ieri, una stilettata al governo uscente, nelle intenzioni probabilmente alla Lega, la forza di quell'alleanza più critica con Bruxelles, nei fatti anche un'autocritica: «Siamo agli albori di una nuova legislatura europea e dobbiamo recuperare il tempo sin qui perduto per consentire all'Italia di svolgere un ruolo da protagonista».Il tempo perduto anche dal governo guidato da lui: per giustificare di essere oggi a capo di una maggioranza di segno opposto - iniziativa avviata dice, dopo «più di un dubbio» - fa appello alla coerenza coi valori della Costituzione, a un «nuovo umanesimo orizzonte ideale per un intero Paese». Che provoca da lontano la velenosa ironia di Salvini: «Manca la pace nel mondo e la ricrescita dei capelli...».Ma siccome in un discorso non contano solo le parole che si pronunciano, ma anche le omissioni, allora in questa introduzione al nuovo governo brilla l'assenza di ogni riferimento all'immigrazione. In occasione della nascita dell'esperienza gialloverde, l'anno scorso, Conte evocava la riforma del diritto d'asilo, e nelle sue parole per ottenere la fiducia al Senato parlava poi espressamente di mettere fine «al business dell'immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello di una finta solidarietà».Ieri, neanche un cenno all'argomento che, dopo mesi di retorica di porti chiusi e attacchi alle Ong, potrebbe mettere in rotta di collisione i neo-alleati Pd e M5S. Da Conte, solo una promessa, l'apertura di una nuova stagione, a un'Italia «più giusta, più solidale, più inclusiva». Quella che, due giorni fa, invocava dal Colle Zingaretti. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI