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L'INTERVISTAILENIA REALIA 16 anni vendeva le foto dei concerti rock a 250 lire l'una. Non scattava mai più di due rullini a serata perché «costavano un sacco e non potevo permettermelo». Per Massimo Sestini, di solito, parlano le sue fotografie. Non oggi, però. Con cosa scattava, da adolescente, ai concerti?«Con una "Miranda", regalo dei miei genitori».Qual è invece il suo ultimo acquisto?«Una macchina che fa foto sferiche: l'ho pagata 15.000 euro. Avevo già fatto le foto a 360 gradi della Toscana con una macchina che di euro ne costava 6.000. Subito dopo è uscito il nuovo modello. L'ho comprato consapevole che forse non utilizzerò mai quella macchina ma averla mi fa sentire ben attrezzato. Credo che gli investimenti siano alla base di un'attività imprenditoriale; è sempre un rischio ma vanno fatti, altrimenti si rimane indietro e non si cresce».Mi parli suo primo grande investimento "innovativo"?«80 milioni di lire (41.300 euro, ndr), una cifra stratosferica, per un computer che leggeva direttamente il negativo e consentiva di inviare una foto in cinque minuti. Era la fine degli anni Ottanta. Andai a Kiev, trasferta della Fiorentina. Dovevo inviare la foto della partita in notturna a Repubblica Firenze. Contattai un centralino a Mosca che avrebbe dovuto mettersi in contatto con Roma e quindi trasmettere quell'unica immagine scattata durante il primo tempo. La centralinista continuò per tutto il tempo a chiamare: "Hallo, Hallo, Hallo". Non capiva e fu inutile che le spiegassi che non doveva parlare altrimenti interrompeva la trasmissione di quella preziosa foto che non arrivò mai: decisi che quello non era il futuro e fui il primo a sperimentare in Italia il digitale con Canon. Erano i Mondiali di Italia '90».Ora tutti possono fare belle fotografie. E gli scoop non sono quasi più dei fotografi professionisti.«Tutti hanno in tasca la tecnologia e l'immediatezza del trasferimento della foto con smartphone e social. Se qualche anno fa fosse crollata la torre di Pisa la prima bella foto sarebbe stata sicuramente del collega del Tirreno di Pisa. Lui sarebbe arrivato per primo. Oggi le migliori foto sarebbero dei turisti già presenti in piazza dei Miracoli».Mi sta dicendo quindi che non c'è futuro per i fotoreporter?«La nostra professionalità è ancora indispensabile. Dobbiamo però non smettere di specializzarci ed essere sempre al passo con i tempi e con le nuove tecnologie».È noto per la foto della barca strapiena di migranti, scattata da un elicottero. Non è proprio frutto della tecnologia.«Lo è della perseveranza».Della perseveranza?«La voglia di fare quella foto e non mollare. Ci avevo provato un anno prima: c'era il mare mosso e l'elicottero fu costretto a fare tre giri sopra la barca per mettersi in asse. Feci la foto ma i migranti non mi guardavano. Riprovai l'anno successivo, solo arrivando allo zenith quasi all'improvviso riuscii fotografare i migranti nell'attimo in cui tutti avevano lo sguardo rivolto verso l'elicottero».La differenza non la fa quindi la creatività?«Avere un'idea che gli altri non hanno conta tantissimo ma, ripeto, serve investire anche in attrezzatura». Suvvia, investire in tecnologia mentre lo scoop lo fa un turista con un iphone?«Immaginiamo di avere in casa il rubinetto che gocciola. Ci sono due opzioni. La prima: leggere un manuale, andare dal ferramenta, comprare il pappagallo, riparare il rubinetto e magari scoprire che poi il rubinetto gocciola ancora. La seconda: chiamare l'idraulico. Farà le stesse identiche cose che hai fatto tu ma solo con il suo lavoro, i suoi strumenti e la sua conoscenza, ci sarà la certezza che il rubinetto non gocciolerà più».Così distrugge il ritratto romantico del fotoreporter.«Solo se sei bravo riesci a comunicare quello che vuoi dire nell'attimo in cui viene guardata la foto».Qual è la foto che rimpiange di non aver fatto?«Quella del papa in vacanza. Mi beccarono mentre ero sotto la casa dov'era alloggiato Giovanni Paolo II e mi portarono in Questura. Mi è rimasta l'acquolina in bocca. Non ho più avuto il tempo per riprovare a fotografare un Santo Padre in vacanza: per vivere di fotografia devo anche fare altro: pubblicare libri, fare calendari, lavorare per l'Aeronautica e per la Marina».Di nuovo addio al romanticismo.«Lavorare non solo con le notizie serve a imparare a fare foto in azione, ad andare in fondo al mare o a calarsi da un elicottero. Cose che poi possono tornare comode anche per le foto della cronaca. Quelle che non si fanno con il cellulare».Il futuro della professione è anche nel suo nuovo insolito progetto. Ha deciso di rintracciare i migranti che sono sulla barca della sua foto, giusto?«Allo scorso World Press Photo di Losanna un signore passò a vedere le foto e si riconobbe tra migranti. Era tra quelli a bordo. Voleva quella foto e disse che sarebbe tornato a prenderla. Non è più tornato. In quel momento mi è venuta l'idea di provare a rintracciarli: l'ho fatto con National Geographic Channel. Ne abbiamo incontrati sette, otto sparsi in Europa. Sto lavorando alle loro storie: tra qualche mese uscirà uno storytelling». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI