Di Maio vuole i dazi come Trump
di Denis ArtioliwROMADi Maio come Trump. Il ministro dello sviluppo economico ha anticipato ieri all'Assemblea di Confartigianato che sta pensando a misure protezionistiche per tutelare il Made in Italy. «Con un sistema produttivo così particolare, prodotti così unici - sostiene Di Maio - non dobbiamo avere paura di affrontare in Unione europea il tema dei dazi per proteggerci e questo non vuol dire isolarsi». A sostegno della sua riflessione, il ministro afferma che pensare a misure protezionistiche per l'Italia significa «cominciare ad aprire i rubinetti con Paesi che ci rispettano economicamente e rispettano le nostre specialità, ma chiuderli con altri Paesi che non rispettano le nostre specialità e rappresentano una minaccia con i loro prodotti a basso costo». A chi gli chiede se il modello di riferimento è il protezionismo di Trump, Di Maio risponde che «non è questo il problema, ma sembra che i dazi siano una questione della quale non si può neppure parlare. È un tabù da infrangere». Fonti di Bruxelles hanno però fatto sapere che il commercio al di fuori dell'Ue «è una responsabilità esclusiva dell'Unione e non dei governi nazionali e le decisioni sui dazi rientrano in questo ambito: un principio inderogabile stabilito dai Trattati Ue». Quindi, in sostanza, la questione dazi non può entrare nell'agenda del governo italiano se non come tema da proporre in sede comunitaria. Attacco all'Ue sul copyright. Di Maio ieri si è pronunciato anche su un'altra tematica europea, la riforma del copyright, ma, in questo caso, annunciando una battaglia anti protezionistica rispetto alla tutela del diritto di autore. Una riforma che, sostiene Di Maio, rappresenta «un grave pericolo in arrivo dall'Ue, due articoli che potrebbero mettere il bavaglio alla rete». Un "no" alla cosiddetta "link tax", ha affermato Di Maio intervenendo all'Internet day organizzato dall'agenzia Agi alla Camera, dove ha anche affermato che la connessione a internet deve diventare un diritto primario di ogni cittadino: «Immagino uno Stato che fornisce gratuitamente una connessione di almeno mezz'ora al giorno a chi non può ancora permettersela». Replicando all'attacco di Di Maio sulla riforma del copyright, la portavoce al Digitale della Commissione europea ha spiegato che la riforma Ue, in particolare l'articolo 13 sui contenuti caricati dagli utenti, «non è "censura" e non costituisce un obbligo di monitoraggio generale». Circa l'articolo 11 «non è una tassa sui link», in quanto «la Commissione ha messo in chiaro» che «i diritti proposti per gli editori non impatteranno sulla capacità della gente di fare link ai siti dei giornali online». L'articolo 11 «non è nemmeno una tassa Ue sui motori di ricerca», sottolinea la portavoce, ma vuole solo «consentire all'industria editoriale di sviluppare nuovi modelli di business e assicurare che il giornalismo di qualità continui a prosperare nell'era digitale». Il presidente della Fieg, Maurizio Costa, non si sbilancia e si limita a dire che «è prematuro commentare un percorso appena iniziato. Il termine "link tax poi non è il più appropriato per definire quello che sta succedendo». Contro le affermazioni di Di Maio, invece, si sono schierati gli eurodeputati Pd, accusandolo di difendere «i giganti del web a danno di artisti, editori, creatori e di tutti i lavoratori del settore culturale e creativo». Anche il presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani, ha preso le distanze dal ministro: «Non possiamo più tollerare che la creatività sia sfruttata per arricchire i giganti del web». ©RIPRODUZIONE RISERVATA