Antifascismo, Martinaglia e la lezione su Primo Levi
L'otto giugno sera, allo Zac, con la bella e suggestiva lezione del professor Paolo Martinaglia (che preferisce chiamarla "chiacchierata") si è concluso il ciclo di otto incontri sull'antifascismo proposto dall'Associazione "Comunità creativa" e calorosamente sostenuto dall'Anpi di Ivrea. Tre sono stati gli incontri con Martinaglia: uno su Pasolini, un altro su Augusto Monti e il terzo, l'otto giugno, appunto, su Primo Levi. Tre anche gli incontri con Davide Bombino (presidente dell'Associazione e, come Martinaglia, docente del liceo scientifico Gramsci di Ivrea): il primo su Gobetti e Gramsci, il secondo su Piero Martinetti e il terzo sull'Europa e il Manifesto di Ventotene. Gli altri due sono stati affidati rispettivamente a uno psicologo e psicoterapeuta, dott. Roberto Rosset, che ha proposto un'interpretazione psicologica dei totalitarismi e dei populismi, e a un artista, Luca Oliveri, che ha affrontato il tema della cosiddetta "arte degenerata".Di Levi, il professor Martinaglia ha letto, commentato e approfondito pagine del "Sistema periodico" e alcune poesie (Giovanni Tesio ricorda a tal proposito che il Levi "poeta" deve ancora essere scoperto). Erano testi sapientemente scelti al fine di mettere in evidenza il valore della "parola", intesa come essenza dell'esperienza testimoniale, vale a dire della valenza catartica che una tale esperienza comporta sia per il testimone sia per colui che si pone all'ascolto della sua testimonianza. Il nodo tragico resta infatti la "fede" nelle parole del testimone. Senza la comprensione e soprattutto senza la "fede" nelle parole del sopravvissuto alla destaurazione dell'umano il rischio della barbarie è potenzialmente sempre presente.Ai negazionisti e ai revisionisti basta concludere con un "non ci credo" per continuare a insinuare il dubbio in ognuno di noi, anche se i luoghi dello sterminio sono sempre e ancora lì a mostrare la falsità delle loro negazioni, e durano certo un po' di più rispetto ai testimoni diretti della Shoah. Anche qui, come si vede, nel contesto storico-politico in cui si colloca il problema della testimonianza, si gioca e si articola il dramma tragico intorno al rapporto dialettico tra due elementi opposti, tra fede-ragione. La comprensione storico-razionale dei fatti realmente accaduti, tende da un lato ad escludere o quanto meno a relativizzare la semplice fede nelle parole che li trasmettono e li comunicano; e, viceversa, la fede nelle parole del testimone ha, dall'altro, sempre un valore relativo se non viene supportata dalla conoscenza razionale dei fatti storici. La parola del testimone è pertanto una parola lacerata e lacerante, perché incarna questa opposizione, questa contraddizione che egli vive in sé e da cui è dilaniato: in quanto portatore di quella parola, infatti, non può sottrarsi a quel dolore, a quella scarnificazione. Levi è certamente una delle figure più tragiche dell'esperienza concentrazionaria, proprio perché è stato uno dei testimoni più lucidi, più asciutti e più razionali della Shoah. Malgrado ciò, egli è stato tuttavia anche uno dei primi a mettere chiaramente in primo piano la debolezza insita nella testimonianza e quindi nella parola e nella memoria. Dall'inizio alla fine della sua preziosa testimonianza, Levi - a cui pure, come ha ribadito di recente Marco Belpoliti, l'esperienza Auschwitz ha conferito "uno strano potere di parola" - non ha cercato di fare altro se non ammonirci non solo circa quella debolezza, ma anche circa il pericolo della "incontenibilità" di Auschwitz, che proprio di quella debolezza si nutre. Allo storico Christopher Browning va il merito di aver ribadito in "Uomini comuni", questo pericolo (di cui oggi, non solo l'Italia, ma l'Europa intera comincia a prendere coscienza), a David Bidussa quello di averci ricordato quale potrà essere la realtà dell'Europa "dopo l'ultimo testimone", a Levi soprattutto va tutta la nostra ammirazione per la "veridicità" delle sue parole che, come un'autentica figura tragica biblica, come quel Giobbe in cui egli ha riconosciuto una delle sue radici ebraiche, ha saputo recare e reggere come una bandiera sino alla fine della sua tragica esistenza. Pochi mesi prima della sua scomparsa, avvenuta l'11 aprile 1987, Levi, ricorda Alberto Cavaglion, confessava sconsolato: «ci siamo accorti di quanto poco servano le parole per descrivere la nostra esperienza. Funzionano male per cattiva ricezione, perché viviamo ormai nella civiltà del¬l'im¬magine, registrata, moltiplicata, teletrasmessa, ed il pubblico, in specie quello giovanile, è sem¬pre meno propenso a fruire dell'informa¬zio¬ne scritta; ma funzionano male anche per un motivo diverso, per cattiva trasmissione. In tutti i nostri racconti, verbali o scritti, sono frequen¬ti espres¬sio¬ni quali indescrivibile, inesprimi¬bile, le parole non bastano a...» (cfr. l'introduzione al testo di Marcello Martini, Un adolescente in Lager, Giuntina, Firenze 2008). Grazie, dunque, a Paolo Martinaglia per averci fatto riflettere su tutte queste cose vitali con la sua appassionante "chiacchierata".Franco Di Giorgi