LA LOGICA, LA TATTICA E LA LEZIONE DEL PASSATO
Dopo l'elezione dei presidenti di Camera e Senato, la sorpresa nell'uovo di Pasqua dovrebbe essere il governo. Ma è una sorpresa che, al momento, non conosce nemmeno il Quirinale: una cosa infatti è la logica, un'altra la tattica politica. Si ripensi a cinque anni fa, per esempio: il Partito democratico sega le gambe ai suoi stessi leader, interessati allo scranno più alto di Montecitorio e Palazzo Madama, e mette le Camere nelle mani di due parlamentari alla prima legislatura (Boldrini e Grasso) con l'obiettivo di rafforzare l'alleanza a sinistra e di aprire alle richieste di rinnovamento avanzate dai Cinquestelle. I vendoliani votano compatti e anche qualche grillino traballa (un terzo dei senatori, dicono le cronache dell'epoca), ma la cosa finisce lì: la scelta dei presidenti non si traduce poi in un accordo per l'elezione del presidente della Repubblica, né per il governo che verrà. Non ci sarebbe da stupirsi, dunque, se qualcosa di simile accadesse anche stavolta, quando la logica porta invece in una sola direzione: un governo di coalizione tra Lega e Cinquestelle, con ruoli ancora da definire. Il pallino, a lume di naso, dovrebbe essere nelle mani di Salvini, che nelle ultime ore ha dato prova di essere un buon tattico: da un lato, ha dimostrato a Di Maio di essere il referente delle destre facendo fuori due nomi avanzati da Berlusconi; dall'altro, ha ottenuto la candidatura di Fedriga a governatore del Friuli Venezia-Giulia. La scommessa più grande, dopo aver rinunciato all'uovo oggi, è quella di ottenere la gallina domani, ovvero l'incarico da Mattarella; ma il solo pensiero, alla vigilia del voto, sembrava comunque fantascienza. Prima ipotesi: Salvini presidente del Consiglio, Di Maio vice con un paio di ministeri pesanti come gli interni e l'Istruzione. Seconda ipotesi: Di Maio a capo del governo, Salvini vicepremier e ministro dell'Interno, alla Lega magari anche la Difesa. Uno dei due dovrà necessariamente fare un passo indietro, ma la coabitazione tra leghisti e Cinquestelle sembra oggi l'unica possibilità. Resta da definire il contorno, ovvero la partecipazione di Forza Italia e Fratelli d'Italia, ma gli incarichi di governo non mancano e non dovrebbe essere quello delle poltrone il problema principale. Semmai, toccherà capire a quali parti del programma rinunciare per tirare avanti; sempre che i sondaggi, nel frattempo, non consiglino di smettere. Se c'è una cosa che ha caratterizzato Forza Italia negli ultimi anni, infatti, è la sua tendenza cronica a tirarsi indietro in corsa. Il primo esempio è il governo Monti: a novembre 2011 l'allora Pdl vota compatto la fiducia all'ex rettore della Bocconi (un solo voto contrario: Alessandra Mussolini), per poi cominciare a perdere pezzi già qualche settimana dopo (70 assenti al Salva Italia) e per chiudere definitivamente l'esperienza a dicembre 2012, nel decreto sugli enti locali, quando il partito di Berlusconi non partecipa al voto e costringe Monti a dimettersi. Qualcosa di simile accade con Letta: il 28 aprile 2013 Forza Italia vota la fiducia, 7 mesi dopo (il 26 novembre) vota no alla legge di stabilità e passa all'opposizione. Così è anche con le riforme costituzionali, prima scritte con Renzi e poi rinnegate, fino alla campagna per il no al referendum. Non ci sarebbe da stupirsi, insomma, se anche stavolta fosse così: con un sì iniziale al governo Legastellato, per farlo partire e vedere come va, ma con le mani libere per ripensarci in caso di appiattimento totale su Salvini e conseguente rischio di sparizione. Il Pd, da parte sua, è per natura attento alle richieste del Colle, ma non ha interesse a partecipare al gioco. Le sue ultime esperienze di governo sono state tutte in esecutivi di larghe intese, che il prezzo elettorale pagato sconsiglia di ripetere: c'è un'identità da rafforzare, una base da riconquistare, un partito stesso da ricostruire. In più, anche se non si dice, c'è il calcolo politico: quando tutti gli altri sono al governo e tu solo sei all'opposizione, ti si aprono praterie. E chissà che tra un anno o due non si voti di nuovo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA