Omicidio Regeni «L'Egitto è deciso a trovare la verità»
«L'Egitto è determinato a fare ogni sforzo per accertare la verità sull'omicidio di Giulio Regeni (in foto) e per portare davanti alla giustizia chi lo ha commesso» e questo «impegno politico non può essere messo in dubbio». Lo ha detto il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry in occasione di un incontro con il collega italiano Angelino Alfano a margine della conferenza ministeriale straordinaria sull'Unrwa, che si è tenuta ieri a Roma nella sede della Fao. Lo ha riferito il suo portavoce Ahmed Abu Zayd. Shoukry ha «accolto con favore i progressi compiuti nel settore della cooperazione tra gli organi giudiziari dei due Paesi e ha rinnovato l'impegno a continuare». Il capo della diplomazia del Cairo ha espresso «la stima per gli sforzi dell'attuale governo italiano e del ministro Alfano per far tornare i rapporti bilaterali nel loro corso naturale». WASHINGTON Incalzato dal caso dell'ex spia russa avvelenata in Gran Bretagna e dalle pressioni interne di Congresso e intelligence, Donald Trump vara le sue prime sanzioni contro Mosca. Per ironia dello sorte, accade nello stesso giorno in cui il New York Times rivela che il procuratore speciale del Russiagate, Robert Mueller, ha emesso un mandato ordinando alla Trump Organization di consegnare tutti i documenti sulla Russia e sui vari capitoli d'indagine, con una prima mossa direttamente legata agli affari del Tycoon che porta l'inchiesta sempre più vicina a lui. Trump agisce con un mese e mezzo di ritardo sulla scadenza della legge approvata a stragrande maggioranza dal Congresso per punire le interferenze di Mosca nelle elezioni e che lui aveva firmato malvolentieri. L'occasione gli viene data dalla bufera che si sta abbattendo sul Cremlino con la reazione compatta dell'Occidente. «Sembra che dietro ci siano i russi», ha ripetuto ieri alla Casa Bianca senza infierire su Mosca, con una prudenza ormai abbandonata nei comunicati della Casa Bianca e nell'intervento all'Onu dall'ambasciatrice Nikki Haley. Difficile però chiamarsi fuori, attendere, mentre pure gli 007 americani ammoniscono che in assenza di una risposta Mosca continuerà a interferire, a partire dalle elezioni di midterm. Ecco quindi servite le prime sanzioni come messaggio politico, anche se appaiono tardive, scontate e poco dannose, tanto che il segretario al Tesoro Usa Steve Mnuchin si è riservato ulteriori misure contro dirigenti e oligarchi russi ritenuti «responsabili per le loro attività destabilizzanti, tagliando il loro accesso al sistema finanziario Usa». Nel mirino, per ora, 19 russi e cinque entità russe, tra cui l'Fsb e il Gru, le due principali agenzie di intelligence di Mosca. Dei 19 individui, 13 sono già stati accusati dal procuratore Mueller nell'ambito del Russiagate: Trump si fa così scudo dell'inchiesta che lo minaccia, anche se paradossalmente significa riconoscere la paternità russa delle interferenze su cui il Tycoon aveva mantenuto sempre un certo scetticismo. Si tratta dell'oligarca della ristorazione Ievgheni Prigozhin, lo "chef di Putin", e di 12 suoi dipendenti alla Internet Research Agency (Ira), la "fabbrica di troll" di San Pietroburgo accusata di aver orchestrato la disinformazione di massa online durante le presidenziali Usa. Gli altri sei messi all'indice sono dipendenti dell'Fsb (l'erede del Kgb), cui è attribuita una serie di cyberattacchi contro giornalisti e oppositori russi, politici stranieri, dirigenti, militari e diplomatici Usa. Nella blacklist anche il Gru: il servizio spionistico militare. Intanto un'altra brutta notizia per Trump arriva dalle elezioni suppletive in Pennsylvania per un seggio alla Camera: vince di poco il candidato dem Conor Lamb in una circoscrizione che Trump nel 2016 aveva conquistato con un margine del 20%.Mentre, la notizia del ritiro dalla politica del presidente palestinese Abu Mazen prende consistenza, a Gaza il Primo ministro Rami Hamdallah scampava, illeso, a un attentato. Hamas che controlla la Striscia ha negato con veemenza ogni coinvolgimento nell'episodio. Che potrebbe invece significare l'innalzamento delle lotta interna al campo palestinese, con le frange più radicali del jihadismo intenzionate a compromettere il difficile colloquio di conciliazione tra i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas. Processo di unità nazionale impantanato in un clima di sospetto reciproco e scambio di pesanti accuse.Infuocata, anche la campagna per la successione alla poltrona che fu di Arafat. Mr Palestina, l'uomo dalle sette vite si spense in Francia l'11 novembre 2004. Da mesi viveva confinato nel palazzo presidenziale della Muqata, nell'ala del complesso che l'esercito israeliano non aveva raso al suolo con i bombardamenti. Invecchiato, ambiguo, megalomane e molto sospettoso, forse a ragione. La parabola di Arafat volgeva al termine, ormai, era internazionalmente isolato e il mito dell'eroe nazionale offuscato, dagli errori politici e dai segreti finanziari. Dopo i funerali il partito di Fatah passò di fatto in mano a Mahmud Abbas, meglio noto con il nome di Abu Mazen, che iniziò la scalata al potere culminata con l'elezione a Presidente nel 2005. Prima di allora aveva ricoperto vari incarichi, da Segretario Generale dell'Olp a capo delegazione durante i colloqui di pace con Israele. Per un breve periodo era stato Primo ministro, dimettendosi dopo la rottura dei rapporti con lo stesso Arafat. Meno pittoresco e carismatico del suo predecessore è da sempre considerato una figura moderata all'interno del movimento per la liberazione della Palestina. Ha saputo intrecciare ottime e solide relazioni con la Casa Bianca, confermate sino all'avvento di Trump. Abu Mazen ha rappresentato per l'Occidente il referente politico e garante della causa palestinese, fiducia e credito mai venute meno da parte di Bruxelles. Sopratutto dopo l'affermarsi di Hamas nelle urne e l'instaurarsi del regime islamista a Gaza.Attualmente le trattative di riconciliazione nazionale, più volte evaporate, reggono grazie alla delicata mediazione egiziana e al sostegno economico promesso dai sauditi. Se l'accordo dovesse tenere il capo di Stato palestinese è disponibile a indire nuove elezioni legislative per il 2018, sulle quali però non avrebbe modo di incidere. È la vigilia del capitolo finale della sua lunga carriera, il livello di popolarità è assai ridotto rispetto al plebiscito della sua nomina e il sistema di corruzione nel suo partito è dilagante. Oggi alla soglia degli 83 anni e con 13 anni consecutivi di presidenza Abu Mazen è malato, secondo fonti di stampa le condizioni sono peggiorate negli ultimi mesi, al punto che le dimissioni parrebbero imminenti. Aprendo la via ad una nuova era politica, tra mille incognite. Il contesto è critico: gli Usa di Trump hanno rotto l'argine del contrappeso diplomatico con la scelta di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di tagliare i finanziamenti all'Agenzia delle Nazioni Unite Unrwa; gli accordi di Oslo sono morti e i diritti dei palestinesi ancora negati; nei sondaggi Hamas è la prima forza e l'espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania è irrefrenabile; livello di disoccupazione giovanile è ai massimi storici e la situazione umanitaria a Gaza è gravissima. La possibilità di una nuova escalation di violenza tra la Striscia di Gaza e Israele è una spada di Damocle implacabile. In questo quadro, l'uscita di scena di Abbas potrebbe favorire la corsa di un suo nemico giurato Mohammed Dahlan, politico palestinese in esilio e molto considerato a Tel Aviv. Prende forza nelle ultime ore la possibile candidatura del nipote di Arafat, Nasser al Qudwa, già ambasciatore al Palazzo di Vetro. La resa dei conti è alle porte, l'ultima parola proverà a pronunciarla dal carcere Marwan Barghuthi, il più temuto e rispettato dalla grande dei palestinesi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA