Giovanni Iaria, beni confiscati È la sentenza della Cassazione
CUORGNÈLa sentenza è definitiva: i beni di Giovanni Iaria, imprenditore, politico socialista (fu anche assessore a Cuorgnè), deceduto per infarto il 12 febbraio 2013 nel carcere di Asti, pochi mesi dopo la sua condanna a 7 anni e 4 mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso nell'ambito dell'inchiesta Minotauro (era il 12 ottobre 2012), non andranno ai suoi eredi, ma verranno confiscati dalla Direzione investigativa antimafia di Torino. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, nei giorni scorsi, ribaltando quello che era stato il verdetto della Corte d'appello di Torino nel luglio del 2015. Si tratta di un tesoro di nove milioni di euro (due villini, tre abitazioni, due autorimesse e un magazzino a Cuorgnè, più un immobile a Pont Canavese). Erano stati gli investigatori della Dia e i magistrati del pool antiriciclaggio della Procura di Torino a mettere insieme tutte le tessere del mosaico, riuscendo a ricostruire passaggio per passaggio il patrimonio accumulato negli anni con denaro illecito da Iaria, arrivando, alla conclusione che tutti quegli immobili erano stati ottenuti in maniera fraudolenta, grazie alla contiguità dell'imprenditore con gli ambienti mafiosi, politici e imprenditoriali.In Corte d'appello, i giudici avevano ritenuto che quelle proprietà non potessero essere sottratte ai familiari perché non sarebbe mai stata dimostrata l'origine mafiosa del denaro che avrebbe permesso la costruzione di appartamenti, magazzini e dei due villini di via Emilio Salgari 1 e 2 («Non risultano indicazioni inequivoche che dimostrerebbero la contiguità del boss con ambienti criminali in epoca ben precedente, gli anni Settanta, ossia quando vennero edificati gli immobili» si erano espressi i giudici). Un dettaglio non di poco conto che contraddiceva quanto sostenuto inizialmente e che aveva portato, in primo grado, alla condanna di Giovanni Iaria, un uomo «con molte ombre alle sue spalle, come il possibile coinvolgimento in crimini avvenuti negli anni Settanta, i suoi problemi col fisco e la sorveglianza speciale negli anni Ottanta per le sue connivenze mafiose».