Nel regno dei Tuchini senza altri aranceri
IVREA Nel Borghetto, cuore antico della città, nei primi due giorni della battaglia delle arance si sono visti solo le casacche verdi e rosse dei Tuchini (1.640 iscritti), e poco meno di mille turisti. Sono 500, per la precisione, quelli che domenica hanno potuto seguire la battaglia delle arance. Proibito, o per meglio dire oggettivamente impossibile, l'ingresso alle altre squadre di aranceri che, fuori dalle loro piazze, sono considerati visitatori comuni.Una scelta che non è piaciuta a tutti. E che Luca Guglielmini, presidente dei Tuchini, cerca di spiegare così: «Secondo quanto previsto dal piano di sicurezza che noi abbiamo applicato alla lettera, il nostro range di ingressi era di 2.800 persone e i turisti andavano separati dagli aranceri, mentre sono solo 160 i posti riservati al pubblico dietro le reti in due location. Ecco il motivo per cui dovevamo dire di no. E perché si sono formate lunghe code al varco d'ingresso sul ponte. (anche lunedì, ndr)». «Ci scusiamo- aggiunge Guglielmini - per tutti coloro che non hanno potuto assistere alla battaglia, ma non è dipeso dalla nostra volontà. Anzi, noi abbiamo cercato di fare il possibile creando uno staff a nostre spese, oltre al personale messo a disposizione dall'organizzazione. Gli addetti dello staff accompagnavano e coccolavano i turisti, offrendo un ottimo vin brulè».Del resto i conti sono presto fatti: se si pensa che gli iscritti ai Tuchini quest'anno sono arrivati a quota 1.640, poco spazio restava al pubblico e agli altri aranceri. Anche la festa di sabato sera in piazza era riservata ai soli aranceri iscritti, mentre per quella di ieri sera alla Fenice il direttivo dei Tuchini ha consentito il libero ingresso. In ginocchio, nel cuore del Borghetto con il capo chino a ricevere le arance che colano sugli occhi e lungo il collo per il battesimo del carnevale. Ma non è la prima volta per Giacomo Martinelli, 36 anni, e Vittorio Fehl, stessa età, e stessa emozione. «Rinnovare il battesimo ci fa sentire qualche minuto prima il sapore della battaglia», dicono all'unisono i due aranceri dei Tuchini, circondati dai loro compagni. È un rito che «aiuta a superare quel misto di tensione e di ansia che ogni anno, immutati si prova quando mancano pochi minuti all'inizio della battaglia, quando da lontano si sente arrivare il primo carro. Una volta tirate le prime arance, la tensione sparisce. Subentra l'adrenalina, la voglia di misurarsi con l'avversario. Non importa se alla fine si vince o si perde. Quello che conta è essere qui. Tutti insieme». Il racconto di Gigi Casadei, 53 anni, imprenditore di Candia è un esempio concreto della passione che si trasmette di padre in figlio, di un carnevale che è entrato nel dna dei canavesani e non solo di quelli che abitano ad Ivrea. Casadei ha cominciato a tirare fin da ragazzino indossando diverse casacche: Scacchi, Picche, fino a salire sui carri da getto. Da qualche anno fa parte dei Tuchini: «È per seguire la passione di mio figlio. Lui ha 14 anni, studia al liceo Botta e ha voluto entrare nei Tuchini. Dice che loro sono la vera storia del Carnevale. Da cui tutto è partito. Così l'ho seguito riprovando emozioni che non si dimenticano. Il carnevale di Ivrea ti entra nel sangue, se partecipi alla battaglia delle arance una prima volta, poi non puoi più farne a meno. È uno sfogo. E una grande bellezza. Anche le botte che prendi per un arancia andata a segno, sono belle. Il male non lo senti. Quest'anno devo dire però che le restrizioni legate al piano di sicurezza mi sono sembrate eccessive. E hanno penalizzato il Borghetto. Al varco situato all'imbocco del ponte sono in molti ad aver protestato perché non potevano entrare». Allo stesso modo la pensa Ettore Rasconà, Corvo d'oro che arriva da Caluso. «Noi abbiamo cercato di agevolare la Fondazione del carnevale che ha organizzato il piano di sicurezza, ma alcuni aspetti saranno da rivedere. Lasciando da parte questo discorso per i Tuchini questo è un anno trionfante. Gli iscritti hanno superato quota 1.600, un vero record che va a premiare il lavoro per allargare il coinvolgimento, per fare del carnevale una condivisione estesa anche agli altri mesi».Per Ettore Rasconà, la voglia della battaglia sta tutta nel motto cucito su una toppa "Tucc un", "tutti uno", che affonda nella storia e ricorda il fenomeno del Tuchinaggio.«Nel Borghetto si sta bene - aggiunge Rasconà - siamo una grande famiglia che di la forza di combattere, non solo durante i tre giorni del tiro». Domiziana Cagnasso, 19 anni, di Chivasso, con le amiche e coetanee di Caluso Giorgia Giugno ed Aurora Palù sono unite dalla passione per il Carnevale.« Stare in questa piazza - dice Domiziana - ti scalda il cuore. Avevo nove anni quando spinta da amiche di Ivrea ho scoperto il carnevale. È stato un amore a prima vista. Per i Tuchini però: solo nel Borghetto c'è sempre stato spazio ed attenzione verso i più piccoli» . Aurora e Giorgia sono pronte a tirare: le borsa a tracolla è piena di arance: «All'inizio -confidano le due ragazze - c' è un po' di paura. Poi passa dopo il primo carro ed arriva una grande felicità».Lydia Massia