Catalogna, sì a indipendenza "sospesa"
ROMADoveva essere la grande festa dell'indipendenza catalana, ma così non è stato: almeno per il momento è stata rinviata. Quando il presidente catalano Carles Puidgemont propone al Parlament di congelare gli effetti dell'indipendenza sancita dal referendum del primo ottobre per avviare un negoziato con lo Stato, le migliaia di militanti secessionisti riuniti sul Passeig Lluis Companys, a poche decine di metri, accolgono le sue parole con un boato che esprime tutta la loro delusione. Le bandiere catalane, le Estelades giallo-oro con la stella dell'indipendenza su un triangolo azzurro, continuano a sventolare, ma non c'è più l'entusiasmo con cui era iniziata la manifestazione. Quando tutti erano arrivati sicuri che l'indipendenza sarebbe stata proclamata dal loro President. Aspettando il discorso di Puigdemont, ritardato di un'ora, un sindacalista dell'Ugt, avvolto nell'Estelada come la maggior parte dei manifestanti, si sgola con chi gli sta vicino: «Non possiamo tornare indietro, perderemmo la faccia e lo Stato spagnolo, dopo averci trattato male per decenni, ci schiaccerebbe ancora una volta», dice Francisco Balcells, 51 anni, che lavora per un'azienda francese di latticini «Ma che sia chiaro, non vogliamo frontiere con nessuno, e soprattutto vogliamo negoziare. Facciamo parte dell'Europa».La piazza, famosa per l'arco di trionfo in mattoni rossi dell'Expo del 1888, ospita anche il tribunale superiore di giustizia, e si trova a poche centinaia di metri dal Parc de la Ciutadella, al centro del quale c'è il Palau del Parlament, ieri off limits tranne per i deputati e le migliaia di giornalisti. Gli organizzatori hanno montato sul Passeig due maxi schermi, trasmettendo la diretta di Tv3, la tv catalana, in catalano. Un'atmosfera di festa sin dall'inizio, con fischi ed applausi, con l'inno El Segadors cantato a squarciagola e bandiere catalane al vento. Appaiono anche cartelloni antifascisti, come lo storico "No a Valencia, Palma o Barcelona. No pasaran". Sono applausi a non finire per Puigdemont, ogni volta che appare sullo schermo, e anche per la presidentessa del Parlament dalla giacca rosso fuoco, Carme Forcadell. Fischi invece per l'altissimo rappresentante del Pp, Xavier Garcia Albiol, un ex giocatore di pallacanestro, definito dalla folla «cabron», cornuto. Va peggio ad Ines Arrimadas di Ciudadanos, che incassa l'inaccettabile epiteto maschilista di «puta fascista», mentre al socialista Miquel Iceta vanno bordate di fischi. Alla fine i manifestanti se ne vanno con l'amaro in bocca. Per la "Repubblica catalana", semmai ci sarà, dovranno aspettare. di Maria Rosa TomasellowROMAIndietro non si torna. Nell'ora più grave, davanti al parlamento riunito per la proclamazione dei risultati del referendum del primo ottobre, il presidente Carles Puigdemont conferma che la strada verso l'autodeterminazione è irreversibile. Ma mentre fuori dal palazzo blindato dai Mossos d'Esquadra migliaia di persone aspettano le sue parole con il fiato sospeso, rinvia il passo finale. «Come presidente della Generalitat assumo il mandato perché la Catalogna si converta in una Repubblica indipendente», nel rispetto del voto. Ma allo stesso tempo, come «gesto di responsabilità e generosità», per evitare l'acuirsi di tensioni laceranti, dopo l'ultimo appello del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk a evitare l'irreparabile, Puigdemont annuncia la richiesta al parlamento di «sospendere gli effetti della dichiarazione di indipendenza» per avviare trattative con Madrid. È la via "slovena", la formula usata da Lubiana per la separazione da Belgrado: sei mesi per un divorzio concordato.«Non siamo delinquenti, non siamo pazzi e non siamo golpisti. Siamo gente normale che chiede di poter votare - afferma Puigdemont - Oggi abbiamo la mano tesa per il dialogo», una strada che appare difficile percorrere insieme a un governo spagnolo che finora ha sempre rifiutato di trattare senza il ritorno a un quadro di «legalità», fuori dal risultati di un referendum ritenuto «fraudolento e illegale». Non solo a Madrid, ma anche dalle forze di opposizione catalane: «Quanto accaduto è la cronaca di un golpe annunciato», «voi siete i peggiori nazionalisti d'Europa» e «non avete alcun sostegno: signor Puigdemont, lei è solo» accusa in aula la leader della minoranza, Inés Arrimadas. Il governo di Mariano Rajoy non tarda a tirare le conclusioni: le parole del presidente catalano sono «una dichiarazione di indipendenza tacita» che deve essere respinta, dice un portavoce. «È inammissibile fare una dichiarazione implicita e poi sospenderla in modo esplicito. Il governo non cederà a ricatti» affermano fonti del governo. «Puigdemont non ha dichiarato l'indipendenza - afferma in un tweet il leader di Podemos Pablo Iglesias - Chiediamo a Rajoy che si assuma la responsabilità del dialogo». «Da Puigdemont un chiaro impegno a dialogo e mediazione, ora Rajoy e le altre forze politiche devono muoversi» dichiara il sindaco di Barcellona Ada Colau. Il premier spagnolo parlerà oggi alle 16 davanti al Congresso. Ma il Senato spagnolo, dove il Partito popolare di Rajoy ha la maggioranza assoluta, è già pronto ad attivare l'articolo 115 della Costituzione, che consentirebbe tra l'altro la sospensione dell'autonomia catalana.Il discorso di Puigdemont è il frutto di una mediazione al cardiopalma tra l'ala estremista della Cup (Candidatura di Unità popolare) e i moderati del PdeCat (Partido demócrata europeo catalán), un risultato ottenuto sul filo poco prima che il presidente parli. La dichiarazione, attesa per le 18, viene fatta slittare di un'ora a causa delle frizioni tra le varie anime, mentre voci parlano di un tentativo di mediazione internazionale che Madrid si affretta però a smentire. Quando finalmente, pochi minuti dopo le 19, il presidente catalano prende la parola, è per fare il tentativo estremo. «L'unica maniera di andare avanti è quella della democrazia e della pace - afferma - Viviamo un momento eccezionale, questo non è un tema interno, ma europeo. Bisogna far calare la tensione», soprattutto dopo, ricorda, che «per la prima volta nella storia della democrazia europea il voto si è svolto sotto i violenti attacchi della polizia a persone indifese, con oltre 800 feriti» per «causare panico affinché la gente non andasse alle urne». Pugdemont ricostruisce la storia delle rivendicazioni della Catalogna, sottolineando le «umiliazioni» subite da parte del governo di Madrid, a partire dallo statuto catalano del 2006, ratificato dal popolo e poi bocciato nel 2010 dalla Corte costituzionale spagnola. Alle richieste di dialogo per «un referendum come in Scozia», accusa, lo Stato ha risposto «un "no" combinato con la persecuzione della polizia, dei giudici e delle autorità spagnole». I catalani, dunque, si sono convinti che «l'unico modo di risolvere i contrasti è avere uno Stato indipendente». Neppure re Felipe è riuscito a mediare: «Il suo discorso ha dimostrato che questa ipotesi è persa» sottolinea Puigdemont. Che passando dal catalano allo spagnolo sottolinea: «Non abbiamo nulla contro la Spagna e gli spagnoli, ma le relazioni non funzionano e non si è fatto nulla per cambiare la situazione, ormai insostenibile». Dunque avanti piano, verso la separazione©RIPRODUZIONE RISERVATA