Istituto di Rimini vieta pantaloncini e jeans strappati

Sanzioni disciplinari per chi si presenta a scuola vestito in maniera non consona all'ambiente. È questa la novità che i ragazzi dell'istituto Tecnico industriale e per geometri "Leonardo da Vinci-Belluzzi" di Rimini troveranno alla prima campanella. Sono vietati pantaloni corti, jeans con i buchi e magliette strappate, canottiere, cappellini, sandali e infradito. Nel nuovo regolamento, infatti, si prevede una nota o un richiamo scritto - dopo tre infrazioni - per chi andrà a scuola in abbigliamento non consono all'ambiente. Una norma che sta facendo storcere il naso a qualche genitore, anche se nessuno, al momento, ha protestato formalmente. Il nuovo regolamento non tratta solo l'abbigliamento, ma anche comportamenti più gravi come gli atti vandalici, la falsificazione di firme, gli insulti e gli atteggiamenti aggressivi contro gli altri studenti e il personale della scuola. Ma sanzioni, che possono arrivare fino alla sospensione, sono previste anche per «la diffusione di immagini e conversazioni con dati personali altrui non autorizzate, tramite internet o scambi reciproci di messaggi». Questa norma particolare è stata presa dopo le forti polemiche che scoppiarono nell'istituto l'anno scorso, dopo che alcuni diffusero, attraverso dei volantini, un post scritto su Facebook dalla preside, che presentò una denuncia alla polizia contro ignoti per furto di frasi tratte dalla sua pagina Facebook. Ne seguì una manifestazione di protesta alla quale parteciparono circa 500 studenti che sfilarono in strada. Un fatto che, probabilmente, ha indotto la scuola a vietare alcuni comportamenti per regolamento. ROMAPochi fondi pubblici destinati all'istruzione, pochi laureati e un alto numero di Neet. È un'Italia in difficoltà quella che emerge dal report Ocse "Uno sguardo sull'istruzione 2017".Nonostante il nostro Paese abbia il primato per laureati in discipline umanistiche (30% dei laureati) e abbia messo a segno una media tra le più alte per partecipazione alla scuola dell'infanzia («quasi universale»), nel 2016 non riesce a ottenere più di un penultimo posto per numero di laureati: sono il 18% dei 25-64enni, contro una media Ocse del 36%. Peggio di noi solo il Messico. Risultato negativo anche per numero di Neet: in Italia lo è un 15-29enne su 4 (26%). «Incrementare il numero di laureati - afferma il ministro Valeria Fedeli - è uno degli obiettivi che ci siamo prefissati e verso il quale ci stiamo già muovendo. Il governo sta mettendo in campo azioni mirate: aumentare il numero di coloro che si laureano, con un'attenzione specifica all'incremento nei settori scientifici, è un tema che guarda al futuro del Paese». Nel 2014, l'Italia ha investito poco nell'istruzione: solo il 7,1 della spesa contro una media Ocse dell'11,3%. Un calo del 9% rispetto al 2010. Sempre nel 2014, l'Italia ha dedicato il 4% del Pil a tutta l'istruzione (contro il 5, 2% della media Ocse), con una riduzione del 7% sul 2010. Anche gli stipendi dei docenti rimangono inferiori alla media Ocse. Il divario della spesa è più ampio per l'università, rispetto a primaria e secondaria. Inoltre, riportando dati del 2014, il rapporto non tiene conto delle innovazioni introdotte dalla Buona Scuola.L'Italia è penultima per laureati, mancano prospettive. Male anche il dato sulla prima laurea (35%): il quarto più basso dopo Ungheria, Lussemburgo e Messico. Queste cifre potrebbero essere dovute a «prospettive insufficienti di lavoro e a bassi ritorni finanziari in seguito al conseguimento di un titolo di studio terziario». Nel 2016 solo il 64% dei laureati tra i 25 e i 34 anni aveva un lavoro, mentre il dato arrivava all'80% tra gli adulti 25-64enni. In Italia le prospettive di lavoro per i laureati sono inferiori rispetto a quelle dei diplomati. Il 26% dei ragazzi, quindi 1 su 4 non è occupato o non è iscritto a un percorso di formazione (Neet), contro una media Ocse del 14%. In Campania, Sicilia e Calabria la percentuale raggiunge rispettivamente quota 35%, 38% e 38%. In Sardegna e Puglia il 31%. Le aree con meno Neet sono Bolzano (10%), Veneto, Emilia Romagna e Trento (16%). di Cinzia LucchelliwROMALe porte di una materna di Milano ieri mattina sono rimaste chiuse per una bambina di 3 anni non vaccinata: i carabinieri chiamati dal padre hanno potuto solo prendere atto della situazione. Invece la piccola di Latisana, in provincia di Udine, per cui la madre si era rifiutata di firmare l'autocertificazione, sollevando un problema di privacy, dopo un giorno è stata ammessa all'asilo. Questo perché la madre ha dimostrato di aver preso un appuntamento per vaccinarla. Sono solo alcune storie di un inedito giorno di nido o di asilo che ha coinciso con lo scadere dei tempi per la presentazione della documentazione comprovante che il bambino aveva fatto, o per lui erano stati prenotati, i dieci vaccini diventati obbligatori per legge per l'ingresso a scuola. Il decreto su questo punto è chiaro: chi non ha provveduto, e fino a quando non lo farà, deve riportarsi il figlio a casa. Per agevolare le famiglie durante quest'anno scolastico, basta un'autocertificazione, ma le carte ufficiali vanno comunque presentate entro il 10 marzo 2018.«Per ora non ci sono state questioni di principio, ma solo di ritardo. La definirei "sciatteria intellettuale"», commenta Donatella Gentilini, preside dell'istituto comprensivo di via Aretusa di Roma che ha rimandato a casa una decina di bambini non vaccinati. «Su 263 alunni in 97 non erano in regola con la documentazione - spiega-. Buona parte l'ha regolarizzata in mattinata, alcuni bambini però li abbiamo dovuti invitare a tornare con l'autocertificazione». C'è chi si è presentato a scuola con un avvocato chi, di fronte all'ingresso negato al figlio, ha chiamato le forze dell'ordine, chi ha inviato già da tempo alle aziende sanitarie raccomandate per chiedere un appuntamento per possibili vaccinazioni solo per prendere tempo. Ieri hanno preso forma le strategie delle famiglie no vax che fanno leva anche su un problema legato alla privacy in parte ancora da sciogliere: il primo settembre il Garante ha adottato un provvedimento urgente per consentire alle scuole di trasmettere gli elenchi degli iscritti alle aziende sanitarie, perché a loro volta possano verificare la regolarità vaccinale. Autorizza le scuole ad inviare gli elenchi degli iscritti dalle aziende sanitarie ma al momento non la restituzione dei dati vaccinali alle scuole. Motivo per cui alcune Regioni come la Toscana hanno inviato un'altra richiesta al Garante per uno scambio reciproco di dati.Di «singoli episodi» parla il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, «e tra il caos e i singoli episodi - aggiunge - c'è una bella differenza». Di avviso diverso il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che ieri ha scritto una lettera alla Lorenzin e alla sua collega all'Istruzione, Valeria Fedeli, definendo la nuova normativa sulla prevenzione vaccinale «confusa, poco chiara» e «applicata in modo difforme da Regioni e Comuni in tutta Italia». Mancano, scrive, «indicazioni dettagliate sugli aspetti organizzativi e sulle procedure di non ammissione o di allontanamento dei bambini non provvisti di adeguata documentazione, così da poter rispondere alle legittime preoccupazioni delle famiglie e degli operatori scolastici, ed evitare problemi di ordine pubblico».©RIPRODUZIONE RISERVATA