LE MINACCE E LE INCOGNITE DEI LEADER IN DIFFICOLTÀ

Lo scorso 10 novembre, a urne ancora tiepide, Trump fece visita alla Casa Bianca da presidente eletto: lo aspettava nello studio ovale l'uomo che due mesi dopo gli avrebbe passato le consegne. "Un'eccellente conversazione", dichiarò Obama; "una gran brava persona", ribatté il successore. Nessuno dei due, però, accennò ai contenuti dell'incontro, che secondo alcune fonti fu piuttosto esplicito: qualcosa tipo "abbiamo un grosso problema da affrontare con urgenza, Donald, e si chiama Corea del Nord". Il regime nordcoreano è l'argomento perfetto per trattare di politica estera in modo leggero: nel 2004 i creatori di South Park ci fecero addirittura un film dissacrante con le marionette, Team America, in cui il vecchio dittatore Kim Jong Il - morto nel 2011 e oggi sostituito dal figlio - era il capo dell'asse del male, il bersaglio numero uno dell'antiterrorismo statunitense. Ma leggero, in realtà, è anche il modo in cui la situazione attuale viene raccontata dai media, preoccupati soprattutto di snocciolare aneddoti sulle follie di Kim Jong a favore di un'opinione pubblica (per lo più americana) sempre in cerca di nuovi Bin Laden. Il quadro è in realtà complesso, come gli equilibri geopolitici della regione: la Corea del Nord confina con la Russia e appena due fiumi la dividono dalla Cina; la Corea del Sud, invece, è stata in questi decenni un avamposto statunitense - culturalmente, politicamente e militarmente, con tanto di basi militari del Pacific Command - in una specie di guerra fredda combattuta per procura. Al posto del muro di Berlino c'è un cuscinetto largo 4 chilometri e lungo 250, con un nome ingannevole: si chiama infatti zona demilitarizzata ma è, al contrario, l'area a più intensa concentrazione di armamenti al mondo. Da una parte e dall'altra, due Paesi opposti: a soli settant'anni dalla divisione, la differenza di Pil pro capite tra Seul e Pyongyang è la stessa che passa tra l'Italia e il Sud Sudan. È anche per questo che, ormai da decenni, il Nord chiede aiuto alla sua maniera: minacciando attacchi nucleari anziché inginocchiandosi all'Onu, e aumentando il proprio potenziale atomico ben più di quello economico. La bomba serve per aiuti alimentari (quando si è in difficoltà, si minaccia con un test) e contemporaneamente come garanzia di sopravvivenza: Kim Jong-un teme infatti di fare la fine di Iraq e Libia, che non ce l'avevano e sono stati spazzati via. Ne ha dunque preparate una ventina, mentre lavora - o almeno così annuncia - a missili balistici intercontinentali armati con testate nucleari che, entro il 2020, potrebbero colpire la California. Negli ultimi sessant'anni gli Usa hanno retto il gioco, cominciando a mettere testate nucleari in Corea del Sud nel 1958; si è sfiorata più volte la guerra, come quando nel 1996 il Sud catturò nelle proprie acque un sottomarino del Nord e uccise 24 membri dell'equipaggio, e una volta anche la pace, quando nel 2000 Kim Dae-Jung vinse il Nobel per la cosiddetta sunshine policy; da allora si va di tregua in tregua, tra un incidente e l'altro, a metà strada tra la provocazione e il gioco di ruolo, come se tutti sapessero che la guerra non scoppierà mai. Stavolta invece può essere diverso, almeno a detta degli esperti: per dirla con le parole di Limes, nel numero uscito all'indomani della vittoria di Trump, "se mai scoppierà la terza guerra mondiale, sarà probabilmente in Corea. Se invece Stati Uniti e Cina troveranno l'intesa, sarà anche perché avranno regolato la questione coreana". Il che continua a sembrare complicato, anche perché nel frattempo la Corea del Sud non riconosce Kim Jong-un come interlocutore e spera in un improbabile golpe per risolvere la faccenda. Resta poi l'incognita Trump, forse la più imprevedibile: il presidente che voleva smobilitare tutto, puntando su un nuovo isolazionismo, sembrava 9 mesi fa poco propenso a una nuova avventura militare. Ma quando i sondaggi vanno malissimo, e ti serve una chiave per rimettere in moto l'economia, con la guerra vai sempre sul sicuro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA