Un pugno e poi il coma, processo da rifare

di Vincenzo IoriowIVREASono passati esattamente sei anni da quando suo marito è stato picchiato selvaggiamente fuori da un pub. Sei anni in cui la giustizia non è ancora riuscita a dare un volto e un nome a chi aveva spedito suo marito in coma. Nei giorni scorsi, Nevila Vladi, 30 anni, tutrice del marito Arber Vladi, di 29, ha ricevuto la notifica della fissazione del secondo processo d'Appello, dopo che la Cassazione, nel settembre del 2016, aveva annullato le sentenze di assoluzione per due fratelli di San Giorgio Canavese.«Quella maledetta notte del 6 agosto 2011, ad Ozegna, mio marito è stato pestato fino ad essere ridotto a un vegetale - racconta Nevila Vladi -. Ero incinta di 7 mesi e il mondo mi è crollato addosso. Oggi, grazie alle cure ricevute qui in Italia, Arber sta meglio, ma non è più quello di prima e non lo sarà mai più». Della giustizia italiana e delle indagini svolte dai carabinieri, la donna preferisce non parlare, ma non ha problemi a dire di essere profondamente amareggiata. «Mio marito non è più in grado di lavorare perché le crisi epilettiche rendono la sua vita un vero inferno - dice -. Ci penso io al sostentamento della mia famiglia, mi arrangio con tanti piccoli lavoretti, mentre i miei suoceri, arrivati dall'Albania, si occupano della bambina e del loro ragazzo. Sopravviviamo, tra mille difficoltà e debiti».«Sa cos'è la cosa che mi fa male? - aggiunge Nevila Vladi -. È che nessuno degli imputati ha mai avuto il coraggio di guardarmi in faccia, nessuno ci ha mai chiesto scusa, nessuno ha mai avuto il coraggio di dire realmente come sono andate le cose quella notte. Alcuni amici ci hanno consigliato di tornare in Albania, di lasciarci per sempre alle spalle questa esperienza, ma qui in Italia la qualità della cure mediche consentono a mio marito una vita più dignitosa». Di risarcimenti danni Nevila Vladi non ne ha mai ricevuti. «Chissà se mai avremo qualcosa, anche se credo sia un nostro diritto». Accanto alla famiglia Vladi ci sono sempre stati gli avvocati Mario Benni ed Enrico Scolari che non hanno mai smesso di combattere affinché su questa brutta storia si faccia chiarezza fino in fondo. Il 6 agosto del 2011, Arber Vladi si trova in compagnia di un amico in una birreria. Quando esce dal locale dà un pugno, senza apparente motivo, contro un'auto in sosta spaccando il lunotto. Poco dopo, viene attorniato da un gruppo di ragazzi e ragazze. Qualcuno gli sferra un pugno al volto; Arber cade a terra esanime. Nel novembre del 2014, in primo grado, viene condannato, con rito abbreviato, Eros Monteu Saulat, 38 anni, di San Giorgio, accusato di aggressione e di avere minacciato dei testimoni. Con lui, sul banco degli imputati, c'è anche il fratello Luca, di un anno più giovane (i due sono difesi dall'avvocato Luigi Chiappero). In primo grado, Luca Monteu Saulat viene condannato a un anno e sei mesi per lesioni e minacce. In secondo grado, i giudici di Torino, ribaltano la sentenza. I due fratelli vengono assolti. Per Eros Monteu Saulat resta in piedi solo l'accusa di aver minacciato un testimone e la pena viene rideterminata in una multa di 800 euro. Poi la Cassazione, su istanza della Procura Generale, annulla la sentenza e fissa un nuovo processo, quello che comincerà il 12 ottobre. Da questa sentenza dipenderà anche un altro procedimento, sempre legato al pestaggio di Arber Vladi, fermo da tempo davanti al gip del tribunale di Ivrea. Imputati sono Galdino Bornancin, 53 anni, Davide Ferrari, di 32, e Maurizio Cosso, 33 anni, tutti residenti a San Giorgio: devono rispondere di concorso anomalo (con Eros Monteu Saulat) in lesioni gravissime.