La morte di Simpson Così il ciclismo scoprì il doping che uccide
Quello dei social è un mondo nuovo, in parte inesplorato. Doveroso chiedersi cosa sarebbe successo se queste piattaforme (Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, You Tube per citare le più note) fossero state disponibili anche solo qualche decennio fa. E, soprattutto, come sarebbero stati trattati su di esse avvenimenti che hanno fatto la storia. Nei precedenti appuntamenti ci siamo occupati dello sbarco sulla Luna del 1969, del referendum Monarchia-Repubblica del 1946, della caduta del Muro di Berlino del 1989, dell'attentato a papa Giovanni Paolo II del 1981, della morte di Elvis Presley, nel 1977 e del Mondiale di calcio 1982 vinto dall'Italia. Oggi narriamo la tragica fine di Tom Simpson, ciclista britannico deceduto al Tour de France del 1967, cinquant'anni fa. di MAURO CORNOMONT VENTOUX, 14 LUGLIO 1967Alle 17.40 di ieri, 13 luglio 1967, il ciclismo ha perso la sua innocenza. A quell'ora, infatti, attraverso una brevissima nota pubblicata sul proprio profilo Twitter, l'ospedale di Avignone ha annunciato la morte di Tom Simpson. Che le speranze di sopravvivenza del corridore britannico fossero ridotte al minimo lo si era capito fin da subito: attraverso un'improvvisata quanto tremenda diretta video su You Tube un appassionato, che si trovava proprio sul Mont Ventoux, teatro della tragedia, aveva documentato l'agonia del 29enne, che due anni fa, nel 1965, a Lasarte, in Spagna, si fregiò del titolo di campione del mondo, battendo in una volata a due il tedesco occidentale Rudi Altig. Era nata sotto una pessima stella la tredicesima tappa del Tour de France. Faceva un caldo allucinante fin dalle prime ore del mattino, tanto è vero che gli organizzatori avevano distribuito ai partenti delle foglie di verza da mettere sotto ai cappellini per proteggersi in maniera ulteriore dal sole cocente. La frazione ha portato la carovana da Marsiglia a Carpentras e, naturalmente, aveva il suo maggior pericolo nell'ascensione del Gigante della Provenza, collocato a 1.912 metri di altezza. Quindici chilometri di salita, con una pendenza fino al 15%, sulla quale già nel 1955 il francese Jean Mallejac e il belga Richard Van Genechten avevano rischiato di morire: i due, stremati da caldo e fatica, vennero portati in ambulanza in ospedale e si salvarono per miracolo. A dodici anni di distanza, purtroppo, per Simpson non c'è stato invece nulla da fare. Il medico della corsa, Pierre Dumas, già all'alba si era mostrato piuttosto irrequieto. Nei pressi dell'hotel che lo alloggiava aveva incontrato un giornalista, Pierre Chany, e scrutando il cielo gli aveva espresso una preoccupazione, sfortunatamente rivelatasi poi profetica. «Con questo caldo, se qualcuno dei ragazzi dovesse fare uso di sostanze pericolose potrebbe scappare il morto», la frase prontamente pubblicata su Facebook dal cronista al seguito del Tour. Il sanitario, decisamente navigato, consapevole che appena due giorni prima i ciclisti avevano affrontato le tappe alpine dall'altimetria più elevata, con i 2.556 metri del Col du Galibier e i 2.111 del Col du Vars, sospettava che a qualche atleta, per migliorare le proprie prestazioni in una tappa così complicata, sarebbe venuto in mente di utilizzare degli stimolanti - molto probabilmente senza segnalarlo ai responsabili della propria squadra - se non addirittura degli stupefacenti. Per quanto esperto, però, Dumas non poteva essere a conoscenza di quanto successo la sera prima. Simpson, che vittima di dissenteria era andato in crisi sulle Alpi, era scivolato indietro in classifica. Un grande problema per il primo inglese nella storia a vestire l'ambitissima maglia gialla (è successo cinque anni fa, sia pure per un solo giorno, in una delle edizioni vinte da Jacques Anquetil) e che nel 1968, lasciata la Peugeot, avrebbe quasi sicuramente corso per una squadra italiana: la Ignis e la Salvarani dei capitani Antonio Maspes e Felice Gimondi si diceva fossero fortemente interessate al suo ingaggio. Tom, che ha sempre sognato di andare a vivere in Italia con la famiglia (la moglie Helen, che gli aveva già dato due figlie, Joanne e Jane, è in attesa di un terzo bimbo), vuole fare vedere al suo futuro team di essere ancora sulla cresta dell'onda, anche se non è più giovanissimo, ed è consapevole che un fallimento nella gara a tappe più importante del mondo non sarebbe un bel biglietto da visita e potrebbe fare saltare qualsiasi accordo. Ci si mette anche il suo manager, che si presenta nella camera dell'albergo di Marsiglia in cui alloggia con il compagno di squadra Colin Lewis (i due solitamente corrono per due team diversi, ma quest'anno l'organizzazione della Grande Boucle ha deciso di fare gareggiare per nazionalità) e lo avverte: «Potrebbero esserci pesanti ripercussioni economiche qualora non dovessi migliorare il tuo piazzamento». Simpson, ancora debilitato dalla diarrea, e inchiodato a un settimo posto deludente, sente di non avere scelta e commette l'errore più grande della sua vita. Riceve due uomini dai quali - pare per 600 sterline, una cifra elevatissima, pari a più di un milione di lire - si fa consegnare tre tubetti di anfetamine. È l'inizio della fine. Simpson, che dopo l'acquisto delle pastiglie si sente evidentemente più sollevato, prima del via della tappa scherza con gli altri corridori: sotto il santuario di Notre Dame de la Garde improvvisa una sorta di benedizione, inzuppando le foglie di verza nell'acqua per poi appoggiarle ridendo sulla testa dei colleghi. Ma fin dal primo colpo di pedale capisce che qualcosa non funziona, fatica a stare al passo dei migliori, poco aiutato dai gregari, ormai ridotti a poche unità da una competizione selettiva. Chiede a uno dei suoi di procurargli da bere e, incredibilmente, gli danno del cognac. In palese difficoltà non si accorge del contenuto della bottiglia e butta giù una sorsata, una soltanto, quando capisce che è alcol: è forse il suo ultimo sprazzo di lucidità. Inizia la salita e ingurgita una maledetta pastiglia: la situazione precipita. Il caldo è infernale, le sue condizioni fisiche peggiorano di secondo in secondo. Pedala come un automa, andando a zig-zag sotto il sole cocente mentre l'intruglio bestiale gli fa perdere ogni tipo di cognizione. A pochi chilometri dalla sommità cade una prima volta dalla bicicletta ma il meccanico della squadra, anziché chiamare i soccorsi, lo rimette in sella. Simpson, ormai allo stremo delle forze, stramazza al suolo di nuovo. E non si rialza più, nonostante i disperati tentativi di rianimarlo operati da semplici tifosi prima e dai sanitari al seguito del Tour poi. Quando in elicottero lo trasportano in ospedale non ci sono più speranze: un collasso cardiaco lo ha stroncato, a 30 anni. E arriva il tragico annuncio. La regina d'Inghilterra Elisabetta II, che nel 1964, dopo la vittoria alla Milano-Sanremo, lo aveva nominato baronetto, lo ha ricordato con un breve messaggio su Instagram: «Rest in peace Sir Thomas Simpson». ©RIPRODUZIONE RISERVATA