«Accordi di Dublino da riformare»
di Andrea ScutellàwROMA«Gli esodi umanitari non possono essere gestiti dalla geografia». È lapidario il giudizio di Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Associazione degli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), sull'accordo che regola il sistema d'asilo in Europa: la Convenzione di Dublino. Nata nel 1990 e aggiornata due volte propugna un principio assurdo e antistorico, origine di tutti i problemi dell'Italia e dei paesi di frontiera con le quote dei rifugiati, di cui limita la libertà di movimento: un profugo è obbligato a chiedere asilo nel Paese di primo approdo (e a restarci, una volta ottenuta la protezione). Nel Parlamento europeo oggi si discute della riforma della convenzione: uno degli emendamenti alla proposta della Commissione Ue è stato presentato dalla europarlamentare italiana Elly Schlein, che ha fatto proprie le idee di Asgi. Avvocato Schiavone, qual è la vostra proposta?«Vogliamo anzitutto superare principio del primo Paese di approdo. Non ha mai funzionato ed è stato proposto nel 1990, nel frattempo lo scenario storico è cambiato. La ripartizione dei migranti dopo il soccorso deve riguardare tutti: noi proponiamo un principio di distribuzione obbligatorio (e non volontario, come nel caso della relocation). I parametri che andrebbero presi in considerazione sono diversi: si parte dai più logici, come la popolazione e il reddito pro-capite di uno Stato, fino al numero dei rifugiati già presenti. Si può prendere anche in considerazione il fatto che un Paese aderisca o meno a buone prassi, come quelle dei corridoi umanitari. Poi, ci sono i legami che le persone hanno già all'interno degli stati. Inderogabile è quello della famiglia ristretta (che già esiste), che noi vorremmo allargare a fratelli, sorelle, genitori e figli maggiorenni. Infine, proponiamo di introdurre la figura dello "sponsor" di un determinato richiedente asilo e il riconoscimento di legami significativi che un aspirante rifugiato possa avere con un determinato Paese: conoscenza della lingua, precedenti esperienze».Come giudica la richiesta del governo italiano di maggiori aiuti da parte dell'Ue?«L'Italia ha indubbiamente le sue ragioni, ma ci deve dire cosa pensa della riforma di Dublino. Questo governo non ha prodotto proposte né appoggiato quelle esistenti. Ed è già tardi, perché in autunno, probabilmente, ci sarà già la riforma. In realtà, il vero obiettivo sembra quello di diminuire gli arrivi e tenere i rifugiati nel Sud del Mondo». Dal punto di vista del diritto internazionale è possibile chiudere i porti alle navi straniere?«A mio avviso non lo è per il semplice fatto che c'è un obbligo di soccorso, che dice di portare i salvati nel primo porto sicuro. È vero quello che dice la Guardia Costiera, che l'area di ricerca e soccorso italiana è più vasta di quanto previsto. Ma l'area Sar della Libia non può essere applicata, perché è il Paese da cui quelle persone fuggono».©RIPRODUZIONE RISERVATA