Migranti, Europa assente «Serve più accoglienza»
Il soprannome con cui era conosciuto nel «ghetto di Alì il libico» era "Rambo". Feroce, crudele, violento, nella prigione di Sabhah, in cui centinaia di migranti trascorrevano i giorni prima della traversata del Canale di Sicilia, era temuto da tutti. E sono state proprio le sue vittime - donne violentate, uomini torturati e picchiati, giovani che hanno visto uccidere i propri familiari - a denunciarlo consentendo così agli investigatori di arrestarlo. John Ogais, 25 anni, nigeriano, è stato fermato dalla polizia di Agrigento nel Cara di Isola Capo Rizzuto in cui si trovava da febbraio scorso. Era finito nel Centro dopo essere stato soccorso, con altri migranti, mentre cercava di raggiungere le coste siciliane a bordo di un gommone, viaggiando con i disperati che per mesi aveva seviziato. I superstiti del ghetto di Alì, la prigione in cui una delle tante organizzazioni che gestiscono la tratta dei migranti trattiene uomini, donne e bambini in attesa del viaggio verso l'Italia, hanno raccontato agli agenti le violenze subite: ieri l'arresto.LONDRAOcchio per occhio, dente per dente, furgone bianco per furgone bianco. C'è un messaggio, forse, dietro la scelta di Darren Osborne - il padre di famiglia 47enne piombato l'altra notte a Londra dal Galles col fermo proposito d'ammazzare quanti più musulmani potesse - di servirsi proprio di un van di quella tinta per falciare i fedeli appena usciti dalla moschea di Finsbury Park dopo la preghiera del Ramadan. Un richiamo a un altro veicolo, quello usato poco più di due settimane fa dal commando jihadista che il 3 giugno seminò morte e terrore di sabato sera sul London Bridge e nel Borough Market. L'ipotesi prende forma grazie ai primi tasselli del profilo di questo killer periferico di mezza età e senza precedenti , messi insieme dagli investigatori e dai media grazie alle testimonianze di chi lo conosceva. I familiari, prima di tutti, che come spesso succede in questi casi dicono di cadere - dalle nuvole.Per la madre Christine, 72 anni, Darren è un uomo «con problemi», un disturbato insomma, anche se non esiste una sua storia clinica di turbe accertate. Per la sorella Nicole, che si dice «distrutta e incredula», era al massimo un disoccupato un po'giù di corda e solitario: «Conosce a malapena il nome del primo ministro, non l'ho mai sentito parlare contro i musulmani o dire qualcosa di razzista», assicura. Può essere. E del resto di affiliazioni politiche con gruppi organizzati finora non è emersa nemmeno l'ombra. Ma un fatto sembra acclarato, e i parenti non lo negano. Osborne aveva reagito con rabbia all'attacco di London Bridge. Era arrivato a offendere il figlio 12enne di un vicino di casa asiatico, a Cardiff. E la notte prima dell'attacco era stato buttato fuori da un pub, dopo una "discussione" sugli immigrati degenerata tra i fumi dell'alcol.Per la gente delle comunità islamiche del Regno Unito c'entra di sicuro un'atmosfera generale d'indiscriminata «islamofobia» montante nel Paese. Capace di diventare ideologia d'odio o d'infettare menti e individui fuori fase. Quel che è certo è che nella settimana dopo l'attacco del 3 giugno sono stati denunciati sull'isola almeno 139 «incidenti» piccoli o meno piccoli di abusi verso i musulmani. Contro i 25 dei 7 giorni precedenti. «Dobbiamo unirci, è vitale ora più che mai stare insieme e non consentire a chi utilizza l'odio per dividerci d'avere successo», reagisce la ministra dell'Interno, Amber Rudd, affermando che la legge britannica è in grado di proteggere tutti i cittadini, qualunque sia la loro fede, che non ci sarà distinzione fra un estremismo e l'altro e che anche a Finsbury «è stato terrorismo».di Andrea ScutellàwROMA«Oggi siamo in via dell'Umiltà. E credo che sia quello che ci voglia per parlare di rifugiati: dobbiamo essere molto umili». Sembra una battuta quella con cui Stephane Jaquemet, delegato Unhcr per il Sud Europa, apre la tavola rotonda dell'Unhcr sul tema dei richiedenti di protezione internazionale. Eppure non lo è: quella dei rifugiati (di cui ieri ricorreva la giornata mondiale), è la storia della "nazione" verso cui tutto il mondo è in difetto. Documenta il consueto rapporto di Unhcr, Global trends 2016, che lo scorso anno 65,6 milioni di persone sono state costrette a lasciare la propria casa, in termini di popolazione sarebbe il 20° Stato del mondo prima della Gran Bretagna. Un popolo per cui la parte più ricca del pianeta fa ancora troppo poco. La maggior parte dei migranti forzati sono sfollati interni: 40,3 milioni restano nella nazione di provenienza. Sono 22,5 milioni i rifugiati che oltrepassano i confini. Basta leggere la lista dei Paesi che accolgono davvero: Turchia (2, 9 milioni), Pakistan (1,4 milioni), Libano (1 milione), Iran (979mila), Uganda (940mila). L'unica nazione occidentale tra le prime dieci è la Germania, nuovo ingresso del 2016, con 669mila rifugiati ospitati. L'Italia ne ospita un numero consistente, ma non paragonabile a quello degli altri paesi: 147mila. Il nostro Paese, però, è terzo in un'altra speciale classifica: quella dei richiedenti asilo. Le nuove richieste sono 123mila, contro le 83.200 del 2015. Solo la Germania (722.400) e gli Stati Uniti (262mila) ci precedono. E non si arresta la strage nel Mediterraneo: sono quasi 2.000 i migranti morti da inizio anno, secondo le stime dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni, mentre continuano gli arrivi via mare in Europa: sono 81.292 le persone sbarcate sulle coste europee, l'85% di queste, in Italia. Nelle nostre strutture di accoglienza sono ospitati circa 175mila migranti, di cui circa 25mila nella rete Spraar, che in teoria costituisce il canale ufficiale basato sul modello dell'accoglienza diffusa (centri piccoli e dislocati sul territori); il resto nei Cas: i centri di accoglienza straordinaria banditi sull'onda del momento dalle prefetture, che spesso sono sovraffollati e lontani dalla vita attiva delle città. Ecco perché anche un Paese che fa ha fatto molto, in cui nel 2016 sono sbarcate 181mila persone, che a giugno 2017 è già a quota 70.950 sbarchi, sarà sempre in difetto verso la nazione dei rifugiati. «L'Italia fa più degli altri stati europei - sottolinea Jaquemet - ma il problema è nello squilibro tra l'accoglienza Spraar e quella dei centri straordinari. Più o meno succede la stessa cosa che succede in Ue, dove ci sono alcuni paesi che non vogliono collaborare con gli altri, così a livello italiano alcuni comuni si rifiutano. Ma solidarietà è una responsabilità condivisa, non può essere valida a metà». Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato tutti a rifiutare «approcci di indifferenza, se non ostilità verso le tragedie dell'umanità» e ha invitato i governi a compiere scelte «lungimiranti e ben calibrate, volte a prevenire i conflitti, a stabilizzare le regioni più a rischio». E, a proposito di zone a rischio, oggi il premier libico Al Sarraj - che però non controlla il Parlamento e le forze dell'ordine - sarà a Bruxelles. Si parlerà di riforma del sistema di Dublino e di ricollocamenti.©RIPRODUZIONE RISERVATA