La minoranza dem: «Nessuna scissione»

di Gabriella Cerami wFIRENZA Dopo i fischi di sabato indirizzati a Massimo D'Alema, ieri la platea della Leopolda è esplosa con un "fuori, fuori" quando Matteo Renzi ha chiamato alle armi contro «i teorici della ditta quando ci sono loro e teorici dell'anarchia quando ci sono gli altri». Ma la minoranza dem, nonostante il sì di Gianni Cuperlo al documento sulla nuova legge elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi cacciare: Pier Luigi Bersani ribadisce ai suoi che devono andarlo a «prendere con l'esercito» per fargli lasciare il Pd. Ma il partito, secondo gli stessi bersaniani, è a rischio rottura proprio per la mancata volontà unitaria del leader. A meno di un mese dal referendum e con sondaggi difficili da interpretare, nel Pd si fanno strada diversi scenari in caso di vittoria del No. I conti, sostengono i fedelissimi di Renzi, si faranno al congresso dove il premier sembra avere intenzione di candidarsi comunque. Il presidente del Consiglio non sarebbe invece un uomo da "governicchi tecnici". Dall'altra parte c'è la minoranza dem, secondo cui il governo dovrebbe andare avanti. «Non credo che la stabilità del nostro Paese sia in questione», dice Massimo D'Alema. Anche per Bersani il premier deve continuare a governare mentre dovrebbe lasciare la guida del partito e rimanda lo scontro alla battaglia congressuale, amareggiato da chi, a suo avviso, vuole alimentare la scissione. «Che il segretario di un partito - sostiene Miguel Gotor - non avverta l'esigenza di placare il grido "fuori fuori" dei suoi supporter vecchi e nuovi, la dice lunga sulle sue effettive capacità di direzione politica». Altro che volontà di distruggere il Pd dopo aver distrutto l'Ulivo, come ha attaccato il premier. Lo slogan dell'Ulivo, ricordano i bersaniani, «era "uniti per unire", quello del Pd di Renzi invece è diventato nell'inconsapevolezza della sua curva di aficionados "divisi per dividere"». Davide Zoggia, della minoranza dem, aggiunge: «Non ci spaventano i cori. Non è nelle nostre intenzioni accontentare chi ha urlato e vorrebbe metterci alla porta. Alla Leopolda si è tenuto un appuntamento di corrente, maggioritaria, ma di corrente. Non mi pare che il vero Pd sia quello della Leopolda». Stando così le cose l'unità del partito appare sempre più difficile e la resa dei conti è rimandata al 5 dicembre, dopo il referendum. ©RIPRODUZIONE RISERVATA