Usa 2016, è guerra di sondaggi
di Andrea Visconti wNEW YORK Donald Trump è in testa. In un sondaggio reso noto ieri il candidato repubblicano ha un punto di vantaggio su Hillary. Altri sondaggi sono più positivi per la Clinton, ma i numeri diffusi dalla Abc rivelano che a una settimana dal voto la corsa per la Casa Bianca si è fatta incredibilmente competitiva. Bisogno tuttavia guardare anche ai collegi elettorali. Il vincitore ha bisogno di conquistarne almeno 270. Hillary a tutt'oggi può contare su 279, il suo rivale è solamente a quota 180. Si fa sempre più concreta dunque l'ipotesi che l'8 novembre la Clinton ottenga il maggior numero di collegi elettorali mentre The Donald prenderà la maggioranza dei voti. Un'America divisa e uno scenario che getterebbe il Paese nel caos. È per scongiurare questa prospettiva che ieri il team di Hillary - composto da Obama, la First Lady Michelle, la figlia Chelsea, il marito Bill e il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine - era disseminato nei principali "swing State" a tenere comizi per cercare di prevalere, appunto, negli Stati-chiave. Hillary ha perso il suo solido vantaggio per colpa di una lettera che venerdì scorso il direttore dell'Fbi, James Comey, aveva mandato a una commissione speciale del Congresso. Una lettera in cui insinuava senza alcuna minima prova erano emerse email mai esaminate che potenzialmente potevano essere legate all'inchiesta sul server privato utilizzato da Hillary in maniera indebita. Quella inchiesta era stata chiusa in luglio dopo aver determinato che la Clinton aveva agito con leggerezza, ma non con intento criminale. Un comportamento irresponsabile, quello di Comey, che ora è attaccato sia da destra che da sinistra. C'è chi insiste perché venga aperta un'inchiesta sul suo operato con addirittura pressioni per le sue dimissioni. L'accusa è che Comey abbia violato la legge politicizzando il processo elettorale. Nessuno - né repubblicani né democratici - credono che il capo dell'Fbi non si sia reso conto di quali sarebbero state le conseguenze della sua lettera. Ma allora, sostengono, alcuni, se il direttore dell'Fbi è riuscito a fare così tanto danno alla Clinton, che ora faccia altrettanto con Trump. Nello specifico un leader democratico a Washington insiste perché l'Fbi riveli ciò che è emerso dall'inchiesta relativa a possibili connessione fra Trump e il governo di Vladimir Putin. A chiedere trasparenza è primo fra tutto il leader della minoranza democratica al Senato Harry Reid che sostiene che l'Fbi sia in possesso di «informazioni esplosive». Ma correggere il torto alla Clinton facendo un torto a Trump - osservano gli esperti - non è un meccanismo accettabile da parte del Dipartimento di Giustizia. L'Fbi ha l'obbligo di non influenzare l'esito elettorale e alzare il velo sull'inchiesta su Trump e la Russia danneggerebbe ulteriormente la crediblità dell'Fbi. Nel frattempo sia da destra che da sinistra emergono nuovi particolari imbarazzanti. Per Trump ci sono dubbie manovre fiscali messe in atto negli anni '90 per pagare meno tasse. Manovre che sono state descritte nel dettaglio ieri in un articolo di prima pagina sul New York Times. Per Hillary, invece, c'è la questione delle rivelazioni relative a Donna Brazile. Quest'ultima, che è presidente temporaneo del Comitato Nazionale Democratico, è responsabile di avere passato segretamente alla Clinton due delle domande che le sarebbero state fatte in un dibattito con il rivale democratico Bernie Sanders. È la conferma che il National Democratic Committee ha manovrato il processo democratico attivandosi per scalzare Sanders. ©RIPRODUZIONE RISERVATA