Abbattista incastrata dal telefonino
di Mauro Giubellini wIVREA Questa mattina, quando il procuratore capo di Ivrea, rientrerà nel suo ufficio, sulla scrivania troverà la relazione dei Ros che conferma quanto sostenuto dal Tribunale della libertà che aveva negato, anche in Appello, la scarcerazione o i domiciliari in un istituto religioso a Caterina Abbattista, accusata di essere stata in qualche modo complice attiva nel delitto di Gloria Rosboch. Per i carabinieri del Ros, la donna, 45 anni, madre di Gabriele Defilippi, 21 anni (assassino reo confesso della sua ex insegnante con il suo complice ed amante Roberto Obert, 54 anni, di Forno) non era in ospedale, come da lei sostenuto, il pomeriggio del delitto. La perizia degli esperti dell'Arma di cui il procuratore Giuseppe Ferrando aveva avuto consistenti anticipazioni per sostenere le accuse, conferma completamente i dubbi sul ruolo della mamma di Gabriele nell'intera vicenda. Sulla truffa perpetrata ai danni di Gloria vi sono solo certezze: che l'operatrice sanitaria in forza all'Asl/To4 nel reparto Pediatria di Ivrea (oggi risulta sospesa dal lavoro e percepisce solo un assegno alimentare) fosse stata perfettamente a conoscenza del piano criminoso escogitato dal figlio per carpire 180mila euro della famiglia Rosboch è un caposaldo dell'inchiesta. Più difficile collocarla nel diabolico piano per uccidere e far sparire quella che la stessa Abbattista negli interrogatori chiama ripetutamente la «povera Gloria» di cui «ero amica e stimavo profondamente». Le analisi sulle celle telefoniche la incastrano. Alle 19.19 del 13 gennaio il cellulare della donna è stato agganciato alla cella della «Tre» di Montalenghe. Ma lei ha sempre sostenuto di non essere mai uscita dall'ospedale di Ivrea. Negli interrogatori successivi al suo arresto aveva anche sottolineato come «fosse praticamente impossibile allontanarsi dal posto di lavoro senza le necessarie autorizzazioni». Ma è stata smentita sia dalle colleghe (che messe alle strette da Ferrando hanno rivisto le dichiarazioni iniziali passando da «Caterina Abbattista quel giorno non ha lasciato il reparto» al «non ricordo» sino al «forse, è possibile», che dal figlio minore «Mamma andava a fare delle commissioni durante l'orario di lavoro»). Dal rapporto dei Ros risulta poi che la cella 137091 di Montalenghe non ha subito alcun guasto in quella giornata e non c'era, nella zona di Ivrea, un sovraccarico tale da far «rimbalzare» la connessione dati del telefono. Tesi che, invece, avevano sostenuto i legali della Abbattista nel presentare istanza di scarcerazione. I suoi legali, Matteo Grognardi e Erica Gilardino infatti, forti di una consulenza commissionata ad un affermato ingegnere dell'università di Roma-La Sapienza, Roberto Cusani, hanno fortemente contestato la relazione dei Ros: «Tecnicamente è dimostrabile la possibilità di un errore. Prendiamo atto della situazione. Ma ribadiamo che la nostra assistita è stata costretta al carcere senza prove definitive. Il dubbio c'è. Ed è enorme. Il nostro consulente ha passato al setaccio tutta l'attività del cellulare della Abbattista per il periodo antecedente e successivo al delitto. Il primo dicembre, ad esempio, alle 15,17 era agganciato alla cella di corso Giulio Cesare a Torino. Tre minuti dopo a quella di Ivrea. Torino - Ivrea non è una distanza percorribile in così breve tempo. Quindi l'ipotesi di un "rimbalzo" anche per quella chiamata del 13 gennaio è più che fondata». Secondo i carabinieri del Ros invece la madre di Gabriele Defilippi mente sui suoi spostamenti il giorno dell'assassinio. La Procura sostiene fosse al corrente di quello che il figlio e l'amico avevano in serbo per la povera professoressa di Castellamonte. E sarebbe quindi uscita dall'ospedale alle 19,15 per rientrare circa un'ora dopo nelle ore di visita dei familiari. Il motivo? Incontrare il figlio e Obert. Una circostanza che i due assassini hanno sempre negato. «Con l'omicidio Abbattista non c'entra».