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la riflessione Il senso tragicomico della vita nSe da una nostra azione si generano – non sempre, ma ogni tanto – conseguenze negative imprevedibili, potremmo dire che essa si sia effettuata ubbidendo al principio di Cimabue, il quale, secondo il detto popolare, "fa una cosa e ne sbaglia due". Quando però quelle conseguenze, dopo ogni singola azione, si verificano non ogni tanto ma con una certa regolarità e in modo imprevedibilmente concatenato, allora si dovrà necessariamente parlare del "complesso" di Buster Keaton. Chi non si ricorda infatti dei film muti e in bianco e nero del famoso attore americano? Un comico sul cui volto non compariva mai il sorriso. Più che l'effetto di un trauma subìto nell'adolescenza, l'eccessiva serietà, come dichiarò più volte l'artista stesso, era una semplice scelta attoriale, una posa, una maschera, che a noi però piace interpretare come un'espressione legata al fatto che in scena egli era quasi sempre seriamente impegnato nel tentare di liberarsi dai mille lacci e cavilli ai quali il suo normale agire continuamente restava impigliato. Da qui il senso tragicomico delle sue pellicole. Un senso che da giovani ci strappava sempre un mezzo sorriso, lasciandoci anche al tempo stesso un retrogusto d'amaro. Quello stesso sorriso che, stranamente, con il passare degli anni e con una certa sorpresa, anch'essa amarognola, siamo costretti spesso ancora a registrare in noi medesimi. Infatti, per quanta attenzione riponiamo nell'eseguire una delle tante azioni quotidiane nel modo corretto e nel tempo che essa normalmente e mediamente richiede, ci ritroviamo quasi sempre persi e affaccendati come uno scarafaggio nella stoppa, stupiti e insieme incupiti (proprio come l'espressione tipica di Buster Keaton) a disbrigare faccende che non avevamo affatto previsto, a toglierci d'impaccio fra i mille impedimenti che si generano e si moltiplicano ad ogni tentativo di porvi rimedio. E così il più delle volte finiamo con il dimenticare quasi completamente l'azione originaria e i motivi che l'avevano suscitata, avendo trovato un certo interesse e finanche un certo piacere proprio nel districamento da uno degli intoppi che la vita ci ha riservato. Ma se è così, se il nostro agire ed esistere si svolgono nell'attendere alle nostre cose e alle nostre azioni, vale a dire nella ricerca obliosa delle nostre origini, allora il complesso di Buster Keaton non è forse quello che meglio può illustrare il senso tragicomico della vita? Lettera firmata