MA ADESSO TOCCA A HILLARY
di ALBERTO FLORES D'ARCAIS Cala il sipario sulle Convention e adesso che inizia veramente la sfida finale (una lunga volata di tre mesi da qui all'8 novembre) un'America più che mai divisa inizia a fare i conti su un possibile scenario fino a pochi mesi fa impensabile, quello di Donald Trump che entra alla Casa Bianca. A Filadelfia, la città dove 240 anni fa nacquero gli Stati Uniti e che i democratici hanno scelto come sede per la nomination di Hillary Clinton, più che di scenario si trattava di una sorta di incubo e per esorcizzarlo sono scesi in campo i pesi massimi: l'ex presidente più popolare (Bill Clinton), il campione degli indipendenti (Michael Bloomberg), il vice amato dai maschi bianchi (Joe Biden) e soprattutto Barack Obama, l'uomo che ha promesso di consegnare il «bastone di comando» nelle mani della ex First lady. Fino all'ultimo The Donald ha tentato di strappare la scena ad Hillary Clinton, un giochetto che ama ripetere, che (finora) ha avuto successo, ma che stavolta potrebbe metterlo in difficoltà. Con la Convention democratica già in corso tutti i numeri erano dalla sua parte. Grazie (anche) alla visibilità della Convention repubblicana di Cleveland della settimana scorsa i sondaggi lo davano alla pari con Hillary e in vantaggio in alcuni Stati-chiave come la Pennsylvania e la Florida. Le analisi di Nate Silver - il mago delle previsioni statistiche (ha azzeccato quasi nel dettaglio voti popolari e voti elettorali delle ultime due elezioni) - per cui se si votasse oggi sarebbe lui il vincitore avevano fatto scattare l'allarme rosso nel quartier generale della "Clinton Machine". Preso dall'entusiasmo e senza rifletterci troppo (non fa parte del suo stile) Trump ha provato l'affondo, con l'ormai famoso tweet in cui chiedeva ai russi di "hackerare" le migliaia di email ancora "segrete" inviate da Hillary quando era Segretario di Stato. Un errore che oltre a ricompattare un partito diviso (gli ultras di Bernie Sanders si sono fatti sentire alla Convention) ha cambiato le tradizionali regole del gioco della politica Usa, con una curiosa inversione dei ruoli tra il Grand Old Party (il partito che fu di Lincoln, Teddy Roosevelt e Ronald Reagan) e gli eredi del Roosevelt più famoso (Franklin Delano), di John Kennedy e di Bill Clinton. A Filadelfia "l'orgoglio americano" diventa più che mai appannaggio dei democratici, la sinistra si riappropria della bandiera a stelle e strisce e sfila ai repubblicani l'arma del patriottismo. Accomunandolo, pur senza nominarlo direttamente («chiunque minacci i nostri valori, fascisti, comunisti, jihadisti, e demagoghi nostrani»), ai peggiori nemici di ieri e di oggi, Obama lancia nell'arena elettorale un'equazione (Trump = pericolo per la democrazia) che finora era stata appannaggio solo di qualche columnist e indica la strada da battere per conquistare - nei tre mesi che mancano alle elezioni - il cuore di un'America confusa tra populismi più o meno efficaci e una crisi più identitaria che reale. Ecco dunque che di fronte agli scenari da apocalisse di The Donald - che descrive la superpotenza del pianeta Terra come una nazione a pezzi, invasa da messicani (criminali e stupratori), da terroristi musulmani in libertà, con una crisi economica senza fine (nonostante gli indici dicano il contrario) - scattare la visione positiva (che in passato è sempre stata premiata dagli elettori), il nuovo possibile American Dream affidato alle mani di una donna «che sarà il presidente migliore di tutti». Chi, come Trump, «scommette contro l'America» è destinato a perdere è il messaggio che arriva da Filadelfia e dal ritrovato entusiasmo dei militanti democratici. Adesso tocca ad Hillary. Nel discorso con cui ha chiuso la Convention l'ex First lady ha cercato di allontanare l'immagine (negativa) che l'accompagna, il suo essere fredda, i suoi (troppi) legami con un mondo finanziario che i giovani "sanderisti" non le perdonano. Ora ha tre mesi di tempo per convincere la maggioranza degli americani. @alfloresd ©RIPRODUZIONE RISERVATA