La città si divide sul tifoso

FERMO In un posto come Fermo (meno di 40mila abitanti) tutti si conoscono e tutti conoscono Amedeo Mancini, il 39enne in stato di fermo con l'accusa di omicidio aggravata da finalità razzista. Fisico imponente (ex pugile), di simpatie di destra e con un passato complesso. Raggiunto da ben tre provvedimenti di Daspo: nell'aprile 2002 per lancio di sassi durante una partita della sua squadra, la Fermana; poi nel febbraio 2005 per aver provocato lesioni personali a due calciatori, infine nell'agosto 2007 lanciò pietre contro i poliziotti in servizio allo stadio. Ma Amedeo Mancini oltre ai Daspo ha riportato una condanna per rissa aggravata il 6 marzo 2009. Imprenditore agricolo, alleva tori e vive con un fratello, che sembra avere lasciato alle spalle il tifo esasperato, anche se continua frequentare lo stadio. Un uomo, che i magistrati descrivono come «aggressivo e provocatorio», che già altre volte ha insultato migranti e neri, spesso nervoso, a volte ubriaco. Dure le parole dei pm: «Emerge un quadro di estrema gravità, anche alla luce della particolare aggressività e violenza che caratterizza il comportamento dell'indagato, fortemente incline a comportamenti prevaricatori ed aggressivi sostenuti nella piena consapevolezza della propria forza e capacità offensiva derivante dalla sua costituzione fisica. Comportamenti che sono stati già vagliati come pericolosi dalle autorità di pubblica sicurezza e che appaiono sollecitati da futili e banali motivi». Una mina vagante, che aspettava solo di esplodere e fare danni, dicono in paese. Come è avvenuto martedì, quando in un una lite dalla dinamica ancora da chiarire, ha provocato con un pugno la morte di Emmanuel Chidi Namdi. Da mercoledì di fronte all'arresto e a una bordata di condanne, il paese dà anche una seconda versione di Mancini: quella dell'uomo dal passato complicato, o più semplicemente del bullo di paese, che ora si dispera per la morte di un innocente, nega di essere di estrema destra o di avere prevenzioni razziali. Ora - racconta il suo legale, Francesco De Minicis - si dice «distrutto dal dolore», dispiaciuto per l'insulto «scimmia africana» rivolto alla compagna di Emmanuel, una frase da cui sarebbe partita la lite. Alla trasmissione radiofonica La Zanzara, l'avvocato addirittura si appiglia a precedenti "illustri". «Scimmia? È una parola che viene detta in giro anche da onorevoli, e i ragazzi pensano si possa dire e invece non si deve dire. Certamente se questi signori politici usassero un linguaggio più contenuto persone che non hanno livelli culturali elevati non si sentirebbero liberi di dirlo». f.cup ©RIPRODUZIONE RISERVATA