«Le macerie rischiano di incendiarsi»

di Simona Bombonato w SCARMAGNO «Bisogna togliere le macerie subito: con il caldo c'è il rischio di altri incendi, potrebbero esserci nuove esplosioni. Se vedete del fumo alzarsi da lì chiamate subito il 115». Non ha usato giri di parole Michelangelo Garetto, ispettore responsabile di polizia giudiziaria dei vigili del fuoco di Torino, durante l'assemblea pubblica di mercoledì voluta da Comune e Legambiente per fare il punto coi cittadini sulla vicenda Darkem insieme con Arpa e Asl. In via Masero il rischio che si ripeta qualcosa di simile al fuoco e alle quattro esplosioni del 30 maggio scorso è reale. Lo è nella misura in cui la temperatura esterna sta salendo ai livelli estivi, com'è normale che sia. In attesa delle analisi del Nia di Roma, ad oggi non si sa però cosa abbia provocato le quattro esplosioni, lasciando due crateri di cui uno profondo un metro. Perciò Garetto chiederà un incontro al pm Giuseppe Drammis (titolare del fascicolo per incendio colposo contro ignoti, ad oggi l'unico aperto sul caso) per capire se e come velocizzare i tempi. Perché, ed è questo l'altro tasto dolente emerso mercoledì pomeriggio davanti a una platea di 200 persone con in prima fila le due famiglie che nelle esplosioni hanno perso casa e azienda, per quanto ora l'imperativo sia ripulire il sito in fretta, non è detto che si riesca a essere tanto tempestivi. Lo ha ripetuto il sindaco Pier Luigi Bot Sartor: «I d'Arco della Darkem non hanno intenzione di fare nulla – ha spiegato –. Le due ordinanze che avevamo firmato per la rimozione delle macerie e la demolizione dello scheletro del capannone non sono state ottemperate, quindi come Comune abbiamo fatto le dovute denunce. Però bisogna trovare comunque una soluzione. Positivo è il fatto che la finanziaria di Roma proprietaria del capannone affittato ai d'Arco, la Beta srl, sia disposta a farsi carico degli interventi». Che costerebbero 40mila euro. Ma c'è un ma. Beta srl si trova in amministrazione giudiziaria da parte del tribunale di Roma, con conti e correnti e beni posti sotto sequestro, bloccati. «Ora aspettiamo che venga autorizzata a darci in garanzia delle proprietà sue, a quel punto anticiperemmo noi come Comune la cifra e ci faremmo carico della messa in sicurezza. Diamo la massima disponibilità a fare quindi ciò che dovrebbero fare altri, più di così non possiamo». Il Comune dispone di 14mila euro stanziati con una variazione di bilancio ad hoc, di per sè non avrebbe risorse dunque per muoversi senza aspettare che si sblocchi la questione Beta. Mugugni dal pubblico e domande incalzanti sui tempi da parte di chi, come Inzillo e Nesci, è fuori casa da quasi un mese. «Speriamo di avere una risposta la prossima settimana» ha abbozzato il sindaco. Le analisi: manca la diossina Più che mugugni hanno generato critiche, invece, gli esiti delle analisi Arpa sul suolo. Che mercoledì sono stati presentati parzialmente, mancando ancora il riscontro sulla diossina. Sono stati comunque esclusi gli inquinanti più preoccupanti – hanno spiegato i tecnici – come gli Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa). E ai tanti che hanno chiesto conto della frutta e verdura dei loro orti, è stato ripetuto che «restano in vigore le misure precauzionali prese all'inizio». Al bando l'ortofrutta prodotta nei due chilometri dall'epicentro. In tutti gli altri casi se presenta tracce di bruciature è consigliabile buttarla. Si poteva evitare? L'atmosfera si è fatta tesa quando dal pubblico la gente ha chiesto: «Ma perché nessuno ha fatto nulla per evitare tutto ciò? Non dite che non c'erano state avvisaglie». Da qui si sono susseguiti interventi che hanno sollevato dubbi sulla «reale natura» di Darkem, ex Interchimica, finita in fiamme anche quando si trovava a Ivrea (due volte) e a Scarmagno all'interno dell'ex Olivetti. Come quello di Marzia Inzillo e dell'amministratore delegato di Agrolab, Paolo Poletti, azienda situata di fronte al capannone saltato in aria. Darkem era autorizzata ad attività di magazzino, ma dal giorno dell'incendio gli inquirenti stanno cercando di fare luce sulle testimonianze di quanti parlano di un «continuo via vai di uomini e mezzi, nel sito, anche quindici giorni prima dell'incendio» e della «presenza di tramogge, il che non fa certo pensare a un semplice deposito». Ipotizzate attività di produzione di cui, anche in assemblea, Arpa ha spiegato di non aver mai avuto riscontro. Il sindaco ha ribadito di aver fatto il possibile, inviando a sua volta i vigili e firmando nel 2014 un esposto con Ivrea e Strambino presentato poi al prefetto. Anche Asl ha precisato di aver elevato multe per le condizioni di sicurezza sul lavoro, nel 2015, con i verbali trasmessi alla magistratura.