«Fu la vittoria del cuore»
di Pietro Oleotto «Sì, ricordo le torce accese nella notte dell'Olimpico, la prima coreografia che ho visto nella mia carriera. Ricordo la fortuna del San Paolo, nel momento del sorteggio con la monetina vinto dal nostro capitano Facchetti. Ma se devo raccontare quella edizione degli Europei dico che la nostra fu la vittoria del cuore». Dino Zoff pesca tra i ricordi per rivivere il trofeo che cominciò a riempire la propria bacheca, fatta di successi con il club (la Juventus dove approdò nel 1972, reduce dagli anni di Napoli), con la Nazionale fino al tetto del mondo toccato nel 1982 (con Enzo Bearzot al timone) e da allenatore. Zoff, la vittoria da ct nell'Europeo del 2000 sarebbe stata la chiusura perfetta di una carriera nel mondo del calcio: colpa di quel maledetto golden gol... «Ma no, più della rete di Trezeguet che chiuse immediatamente la finale, fu il gol di Wiltord al 94' a toglierci quel titolo. E poi di che chiusura stiamo parlando! Sono ancora qui a discutere di calcio e di anni ne sono passati da quella delusione all'Europeo. Sì, sarebbe stata una soddisfazione enorme, magari avrebbe cambiato il corso della mia carriera da allenatore e pure dell'Italia. Ma è acqua passata. Bisogna accettare il verdetto del campo. E per quando riguarda il sottoscritto, ultimamente mi sto divertendo molto a guardare le partite, a fare dei paragoni, a notare le differenze». Allora andiamo alla scoperta di queste: il calcio di adesso in cosa è diverso da quello del '68, quando l'Italia salì per l'unica volta sul trono continentale? «Questo sport ora è estremamente veloce, rapido nei capovolgimenti di fronte, non parlo soltanto di prestazioni atletiche di prima qualità. C'è una base tattica eccellente e una tecnica individuale di medio-alto livello in tutti i giocatori che arrivano in serie A o nelle nazionali. Ma mancano le punte: non parlo di attaccanti, ma dei veri campioni». Insomma, si vive di solo Ronaldo o Ibrahimovic in Europa: pochi i fuoriclasse e chi li ha li tiene stretti. «Prendete la rosa dell'Italia, di quella Italia: allora avevamo giocatori straordinari come Rivera, Mazzola o Burgnich, un autentico baluardo difensivo, tutta gente che faceva davvero la differenza nella propria zona del campo. Adesso Conte può convocare in azzurro buoni elementi, ma nessun campione». Zoff, pensa che sia giusta l'opinione di chi dice che un Europeo (o un Mondiale) non premia necessariamente la squadra più forte? Basta essere bravi a concentrare le proprie forze in 4-5 partite... «No, credo che alla fine la struttura di una nazionale venga fuori. Alla fine i migliori vincono, proprio perché riescono ad attingere alla propria rosa per rendere al massimo in un periodo di tempo limitato, con molte gare da disputare. Per esempio noi, nel '68, riuscimmo a sfruttare la qualità delle nostre riserve nella seconda finale». In poche parole, la scelta del ct Ferruccio Valcareggi, fu determinante: cambiò molti uomini quando compilò la lista da presentare all'arbitro per la finale bis, dopo il pareggio della prima. «Fu una scelta saggia. Cercò di individuare gli uomini più spremuti dalla prima partita contro la Jugoslavia e inserì cinque giocatori freschi. Gli altri strinsero i denti: si giocava due giorni dopo, faceva caldo a Roma e per questo dico che la nostra fu una vittoria del cuore». E dire che Valcareggi è conosciuto più che altro per un'altra staffetta, quella tra Mazzola e Rivera a Messico '70. «Nel calcio a volte le sconfitte vengono ricordate più delle vittorie. Nella finale degli Europei la bontà della scelta di Valcareggi è testimoniata dalla prestazione dei nostri avversari: non cambiarono l'undici in modo sostanziale e pagarono dazio. Lo capirono tutti in quello stadio che gli jugoslavi erano cotti». ©RIPRODUZIONE RISERVATA