La città diffusa dei 58 Comuni bocciata dai piccoli sindaci
IVREA Incontra grossi ostacoli sul suo percorso, e per questo valuta un cambiamento di tattica, il progetto promosso dal comitato AmiUnacittà, per la costituzione di una città diffusa da realizzarsi attraverso la fusione dei 58 Comuni dell'eporediese. Con la fusione, e quindi con una popolazione di 90 mila abitanti, la città diffusa (il nome è da pensare) diventerebbe il secondo Comune all'interno della Città metropolitana. Gli ostacoli, sono la perplessità dei sindaci dei piccoli Comuni, tutti, eccezion fatta per Ivrea e Strambino, con una popolazione inferiore a 5mila abitanti. Questi piccoli Comuni, in base al progetto, diventerebbero una municipalità amministrata da un pro sindaco e da un consiglio di municipio. Ed i sindaci non ci stanno. Così le perplessità, venerdì scorso all'assemblea dei sindaci per discutere il piano strategico della Città metropolitana, sono diventate una netta opposizione. Anzi alcuni amministratori hanno letto nell'azione del comitato AMiunacittà una fastidiosa ingerenza all'interno del lungo e delicato lavoro portato avanti dall'assemblea dei sindaci nell'ambito della discussione legata alle prospettive di sviluppo che la zona omogenea dell'eporediese avrà all'interno del piano strategico della Città metropolitana. «Abbiamo bocciato l'emendamento che invitava i sindaci a proporre azioni tendenti alla promozione sostanziale delle fusioni dei Comuni - ha sottolineato Luigi Ricca, primo cittadino di Bollengo - sia per i contenuti del progetto che come metodo. Dopo mesi di lavoro sul piano strategico abbiamo trovato un punto di convergenza per risolvere il problema della frammentazione amministrativa del territorio. Da superarsi con la nascita di reti di collaborazione tra i Comuni. Che possono essere le unioni, le convenzioni, e perché no anche le fusioni se i cittadini lo chiedessero veramente». Ricca poi lancia una proposta: «Ivrea, che sta muovendo i primi passi per l'unione con Banchette, Fiorano, Cascinette e Montalto, potrebbe promuovere una fusione ed agire da progetto pilota. Ma noi sindaci dei piccoli Comuni restiamo convinti che un unico centro di comando non farà funzionare meglio il territorio». Poi c'è l'aspetto economico. «Ci sono calcoli e studi - aggiunge Ricca - in base ai quali risulta che le fusioni non costituiscano un risparmio, essendo superate dai costi per il loro funzionamento. Sarebbe un impoverimento e non arricchimento del nostro territorio. Chi fa queste proposte infatti non ha esperienze amministrative». Dal canto suo il comitato AmiUnacittà, pur senza alzare bandiera bianca, cambia tattica. «Se una fusione unica non è possibile - hanno detto i promotori nei loro interventi - si potrebbe procedere con la costituzione di 4 o 5 fusioni». I risparmi alla spesa pubblica li ha calcolati invece Francesco De Giacomi. «Con la città diffusa abbiamo calcolato un risparmio alla spesa corrente di circa 7 milioni di euro l'anno, a fronte di un totale di 26 milioni di euro di finanziamenti tra statali e regionali nell'arco di 10 anni per l'avvio della fusione. Il costo di organizzazione c'è, ma alla fine il saldo sarebbe positivo». «Senza una città diffusail nostro territorio diventerebbe marginale in seno alla Città metropolitana hanno sostenuto Maria Aprile e Liliane Barda del comitato - con il rischio di perdere finanziamenti e sostegno per lo sviluppo economico e non riuscire ad arrestare il declino del Canavese». (l.m.)