«Violenze e fame in 8 mesi terribili»

di Maria Rosa Tomasello wROMA Otto mesi di violenze e minacce in mano a un gruppo islamista non legato allo Stato islamico, otto mesi di prigionia sempre insieme, prima di essere all'improvviso separati, il 2 marzo, e di andare incontro a destini opposti. Salvatore Failla e Fausto Piano verso la morte, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno verso la libertà e la vita. Davanti al pm di Roma Sergio Colaiocco, che indaga sul sequestro e sull'omicidio dei due dipendenti della società Bonatti di Parma in Libia, i due sopravvissuti raccontano finalmente la loro verità. Quando a mezzogiorno arrivano nella caserma dei carabinieri del Ros, a Colle Salario, a Roma, hanno saputo da poche ore della sorte drammatica degli amici fraterni con cui hanno condiviso i momenti più duri. La gioia del rientro, il calore degli abbracci dei familiari nell'alba fredda dell'aeroporto di Ciampino, per il momento devono essere accantonati. Dura sei ore il racconto davanti al magistrato, ed è la conferma della ricostruzione che nelle ultime ore, si sta delineando. Fino a mercoledì, i quattro tecnici italiani restano insieme. Sono stati tenuti prigionieri in due diverse case a Sabratha, a ovest di Tripoli, da un gruppo di carcerieri filo-islamisti. Quasi certamente si tratta di una delle tante bande di criminali comuni che imperversano nella Libia in frantumi, a caccia di occidentali, merce buona per i riscatti, anche se il capo del Consiglio militare di Sabratha, Taher Algribli, racconta ai giornalisti una versione diversa, secondo la quale gli ostaggi sono sempre stati in mano a miliziani dell'Is. La svolta arriva il 2 marzo. I rapitori decidono di spostare gli ostaggi e li separano. Failla e Piano vengono sistemati con altre persone a bordo di un pick-up. È il momento in cui il destino dei quattro amici si biforca. Il giorno dopo, 3 marzo, l'Italia scopre che Failla e Piano sono stati uccisi. Nella loro prigione, all'oscuro di tutto, Pollicardo e Calcagno capiscono di essere soli. Con i colleghi, infatti, sono spariti anche i carcerieri. Rimasti senza acqua né cibo, i due decidono di tentare la sorte, sfondano la porta e fuggono, finché non vengono trovati e portati al sicuro dalle milizie di Sabratha alleate del governo di Tripoli. «Siamo stati tenuti sempre nella zona di Sabratha e sempre dalle stesse persone» raccontano al pm. Due i carcerieri che si alternavano, in un gruppo di cui faceva parte anche una donna. Pollicardo e Calcagno ricostruiscono otto mesi drammatici, fatti di privazione della libertà, ma soprattutto di violenze fisiche e psicologiche. Picchiati con calci e pugni, aggrediti con il calcio del fucile, lasciati per giorni senza cibo per fiaccare la loro resistenza. «Siamo molto provati» ripetono al magistrato. Solo al mattino, al loro arrivo in Italia, sono stati informati della morte terribile degli amici. Il volo che dalla Libia li riporta a casa atterra all'aeroporto militare di Ciampino pochi minuti dopo le 5. Quando il portellone si apre, trovano ad attenderli accanto alla scaletta il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Pollicardo, 55 anni, di Monterosso, La Spezia, e Filippo Calcagno, 65 anni, siciliano di Piazza Armerina, hanno trovato il tempo di tagliarsi la lunga barba cresciuta in prigionia, ma hanno l'aria stanca. Ma quando dalla palazzina del 31° stormo i familiari si precipitano correndo ad abbracciarli, e li avvolgono in lacrime in un cerchio, capiscono che l'incubo è davvero finito. A Sabratha restano invece ancora i corpi degli uccisi. Rosalba Castro, moglie di Failla, continua a chiedere che l'autopsia venga svolta solo in Italia per evitare risultati falsati. Per i familiari delle vittime il dolore è straziante. Il messaggio di cordoglio del capo dello Stato «per me non ha valore, non mi tocca: lo Stato ha fallito» dice Rosalba Castro dalla sua casa di Carlentini, in provincia di Siracusa. Da Cagliari Stefano Piano, figlio del tecnico sessantenne ucciso con Failla, rompe il silenzio: «Ora aspettiamo solo il ritorno a casa del corpo di nostro padre. Lo Stato ci deve dire la verità sulla sua morte». Il presidente della Bonatti Paolo Ghirelli, intanto, replica al premier Matteo Renzi che ha chiesto di accertare le responsabilità «perché i quattro italiani sono entrati in Libia quando c'era un esplicito divieto da parte nostra». «Abbiamo adempiuto a tutti gli obblighi di legge, eravamo e siamo tuttora all'interno degli impianti della Mellitah Oil & Gas» afferma. Attualmente, rivela, sono una decina gli italiani che operano per l'azienda in Libia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA